“Fra voi non sia così”: domenica scorsa il Maestro ci ricordava come tra i fratelli cristiani le relazioni, i rapporti sono diversi dalla logica del mondo.
Se è normale al lavoro, nello sport, in politica ambire a successi, primeggiare, anche a scapito degli altri, questa violenza che nasce dentro – come direbbe san Giacomo – è bandita tra i fratelli cristiani.
È normale ambire a successi e gratificazioni, anche a scapito degli altri. È evangelico decidere di mettere la relazione fra le persone prima di ogni cosa.
È normale che anche nella Chiesa si difendano piccoli privilegi. È evangelico scegliere di servire i fratelli con verità a umiltà.
È normale fuggire la sofferenza e la croce. È evangelico vedere come, a volte, la sofferenza diventa strumento inevitabile per testimoniare la misura dell’amore.

Diversi
“Non è dei nostri”: quante volte l’ho sentito dire nei paesi, tra i tifosi, in ambito politico, riguardo alla spinosa questione dell’immigrazione… e, ahimé, quante volte l’ho sentito dire anche tra le comunità dei discepoli del Signore Gesù.
Ho anche visto quanta sofferenza provoca il rimarcare le differenze sociali o il non voler superare le proprie abitudini, ho visto mogli di tradizioni diverse venire poco accettate dai nuovi famigliari, amici stranieri guardati con sospetto, vicini di casa ignorati perché legati a idee politiche distanti dalla mia.
”Non è dei nostri”: abbiamo bisogno di connotarci, di distinguerci, di essere in qualche modo riconoscibili, identificabili. Nel mare magnum del mondo globalizzato sentiamo di non valere nulla, di non contare nulla, di essere un numero, una virgola, abbiamo bisogno di emergere, fosse anche fare gli imbecilli in un reality show.
Questo legittimo bisogno che può e deve esistere anche nelle comunità, e che diventa legittimo senso di orgoglio e appartenenza, storia di una parrocchia e delle sue vicissitudini, senso di famigliarità che ci dona la gioia di essere accolti e riconosciuti in ambito fraterno, può degenerare in una sorta di settarismo che contraddice il vangelo, un settarismo “ad intra”, nella comunità cristiana stessa.
(Lo so lo so, si sente che sono valdostano. Che volete: dall’alto delle montagne sentiamo che le differenze arricchiscono più che creare problemi e, perciò, vado fiero del particolarismo di ogni Chiesa locale…).

Complessità: una ricchezza
Negli ultimi decenni lo Spirito Santo ha suscitato nella chiesa cattolica numerose e innovative esperienza di fede: movimenti e associazioni hanno saputo cogliere di più e meglio, rispetto alla consolidata epperò talora stanca esperienza delle parrocchie, la novità dell’annuncio.
Esperienze di preghiera forti e carismatiche, riflessioni e impegni concreti, una forte appartenenza ad una intuizione che travalicava i confini delle parrocchie.
Ritengo seriamente che tale abbondanza di intuizioni sia un dono del Signore ma che – come ogni dono – vada vagliato con logica evangelica.
Ho visto parrocchie dividersi in gruppi e gruppetti, ho visto zelantissimi neo-convertiti fare proseliti per il proprio movimento… all’interno della Chiesa, ho visto persone devote e infervorate confondere la propria esperienza di conversione come l’unico modo di essere cristiani o – almeno – come il miglior modo di esserlo.
Tutte queste esperienze, ormai consolidate nel maggior numero dei casi, sono stati e sono uno straordinario dono di Dio.
Accanto a queste la Chiesa italiana, che sta per radunarsi a Verona per guardare al futuro, ha scelto di restare in mezzo alla gente con quello strumento povero che è la parrocchia, fontana del villaggio cui tutti possono accostare per bere.

(Lo so, sono di parte)
La parrocchia, comunione di comunità, deve ricuperare attenzione alle persone e attingere e ispirarsi alle intuizioni positive di movimenti e associazioni, restando però il cardine dell’annuncio del vangelo, proprio perché così dimessa, proprio perché così vulnerabile.
Non ci sono solo gli “ultras” sugli spalti, ma anche quelli che vanno allo stadio una volta all’anno e le nostre comunità, se anche hanno la fortuna di avere uno o più gruppi di persone più impegnati, devono fuggire la tentazione di diventare selettive.
I genitori dei bimbi del catechismo, gli sposi stralunati che bussano alla porta della parrocchia devono essere accolti senza supponenza ma, nel pieno spirito evangelico, nella disarmante semplicità che allarga le maglie delle proprie sicurezze ed entra nella logica del seminatore che non controlla il tipo di terreno su cui semina.

Gli altri
Esiste anche un settarismo “ad extra”, la voglia di difendersi da un mondo che sempre meno capisce e tollera la presenza cristiana. Dobbiamo impegnarci a fondo per ottenere quell’alchimia che da una parte connoti un’identità, quella cristiana, che ha diritto di cittadinanza, ma che dall’altro non diventi contrapposizione.
Uno sguardo ottimista sulla realtà e sul cammino dell’uomo, sguardo del Nazareno, ci permette di riconoscere e valorizzare i tanti semi di bene e di luce che lo Spirito semina nel cuore dei non credenti.
Iniziamo l’anno pastorale in questa certezza: siamo lo spazio pubblicitario di Dio per il mondo, chiamati a vivere rapporti al nostro interno da “salvati”e a far diventare le nostre piccole e acciaccate comunità città sul monte, segno di speranza per i cercatori di verità.
Un invito che rivolgo a me e a voi, a qualunque esperienza ecclesiale apparteniate, a vivere con leggerezza evangelica: è Dio che converte e salva il mondo.
Noi, al più, cerchiamo di non ostacolarlo…

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