Lo so, lo so, non è facile convertirsi alla gioia. D’altronde, scusate, se hanno tribolato gli apostoli possiamo tribolare anche noi, o no? Convertirsi alla gioia, smettere di cercare un crocefisso, uno che è morto in mezzo ai vivi, uscire dal dolore, non restare parcheggiati al venerdì santo come molti (troppi) ancora fanno. La gioia cristiana è una tristezza superata, e non c’è che un modo per superare il dolore: non amarlo. Tommaso resta sconvolto dal vedere il `suo` Gesù che è oltre, altrove, Pietro e gli altri riprendono il largo e pescano, malgrado la tristezza che oscura il loro fragile cuore.
E, oggi, un’altra ragione per gioire, il motivo per continuare nel (lungo) cammino della conversione alla gioia, ce la suggerisce Gesù, con passione e trasporto: nessuno ci rapirà dalla mano del Padre, siamo nel palmo della mano di Dio; Isaia dice che Dio scrive il nostro nome (Per Israele il nome è sinonimo dell’interezza della persona) sul palmo della mano, come fanno i miei ragazzotti delle medie per annotarsi il telefono di una ragazzina carina…
Sei nel palmo della mano di Dio, amico lettore. No, non è rancido spiritualismo, ma sconcertante verità, promessa realizzata, ascolta la Parola che il Maestro ti dice. Sia chiaro, amici, al discepolo non è risparmiata la sofferenza, la vita non è semplificata, né accorciata. La vita è semplicemente illuminata, trasfigurata, diversa. Altro è sbattersi tutta la vita chiedendosi qual è la misteriosa ragione del nostro passaggio in questa valle di lacrime. Altro scoprire che siamo inseriti nell’immenso progetto d’amore che Dio ha sull’umanità. E di cui possiamo far parte.
Qual è il tuo destino, brother? Hai scoperto qual è il tesoro nascosto nel tuo campo? Hai capito per quale ragione sei stato tratto all’esistenza? Spero di sì, e che questo sogno sia lo stesso che Dio ha su di te.
Allora potrai essere davvero in cammino, in strada. Non importa se diventerai un premio Nobel o il sommo manager o chissà che. Scoprendoti nel cuore di Dio, nel suo pensiero, nella sua mano, smetterai di restare ripiegato sulle tue piccole paure, finirai con il dimenticare le tue fragili frustrazioni per amare, infine.
Scoprire qual è il progetto che Dio ha su di te significa scoprire la propria vocazione, la propria chiamata all’amore. In questa domenica nella Chiesa si prega, in particolare, per quella esaltante e destabilizzante vocazione che è l’annuncio del Vangelo `full time`, di quei fratelli, cioè, che dedicano la loro vita a costruire comunità.
Poveri preti, categoria in via di estinzione! E’ così difficile parlare del `prete` (sarà che `il` prete non esiste ma che esiste `questo` prete?): idealizzato da una teologia che lo ha spesse volte staccato dalla gente comune, oppure inchiodato alle sue incoerenze più o meno palesi, o ancora catalogato e confrontato, aggiornato e contestato, il prete si trova, oggi come oggi, a chiedersi spesse volte chi è e cosa deve fare. A sentire i consigli intorno bisognerebbe avere mille occhi, mille vite, e, ahimè, una improbabilissima vita eroica. Delle mille sfumature che ogni prete vive, mi piace ricordare la valenza comunitaria sottolineata dal Concilio Vaticano: il prete non più `gestore del sacro` (ma lo è mai stato seriamente?) così da stabilire l’umore di una Parrocchia, ma fratello tra i fratelli, tutti responsabili dello stesso vangelo, dello stesso annuncio, della stessa passione per Cristo. Il Signore chiama, ha bisogno di uomini e donne che si dedichino in maniera particolare, `full-time`, all’annuncio del Vangelo radunando le comunità attorno alla mensa della Parola e dell’ Eucarestia e donando a piene mani il perdono e la tenerezza di Dio. Quanto cammino ancora dobbiamo fare, come preti e come comunità, per arrivare a questo traguardo!
`Vogliate bene ai vostri sacerdoti` raccomandava un giorno un Vescovo. Certo: prima di criticarli, pregate per loro, prima di confrontarli, cercate il bene assieme, prima di isolarli, pensate che, come tutti gli uomini, hanno bisogno di un sorriso e di un amico. Gesù cerca matti disposti a seguirlo: lavoro assicurato, tanta fatica e la gioia, inaudita, di vedere Dio che passa e stravolge i cuori.
Anche quelli di noi fragili preti.

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