Oggi ho visto parecchie persone.
Al mattino una coppia di turisti che volevano conoscermi: abbiamo affrontato una lunga chiacchierata davanti ad un caffè. Poi, a pranzo, un giovane prete che non conoscevo mi ha chiesto un colloquio. Infine, nel pomeriggio, una ragazza che ho conosciuto alle superiori e che poi ho sposato e che ora aspetta un bimbo. Incontri, storie, voci, problemi, attese. Ascolto con quanta più attenzione possibile, so di non avere in me l’energia per aiutare a sufficienza, né risposte, cerco di accogliere e di riflettere, di dire qualche parola che, qua e là, possa riempirsi di Dio.
Avverto sproporzione, quante volte!, fra ciò che so e che posso e i bisogni che attraversano i cuori delle persone.
Una cosa ho imparato nella mia breve vita: la compassione.
La compassione che deriva dal cuore di Cristo, compassione che ho imparato frequentando il Nazareno.

Mettersi da parte
Gesù ha saputo dell’arresto del Battista: si rende conto che la situazione si fa tesa; parlare di pace e di conversione è diventato pericoloso, allora come oggi. Gesù vuole farsi da parte, abbassare i toni, sparire ma, quando arriva in Galilea per ritirarsi a vita privata, scopre che la folla lo ha preceduto.
E ne prova compassione.
Non manifesta stizza, né preoccupazione: mette da parte il buon senso e la prudenza e si occupa della folla che è come un gregge senza pastore.
Abitudine inquietante, questa di Gesù: anche durante l’ultima cena, di fronte agli apostoli litigiosi, e ancora sulla croce, si metterà da parte per donare la sua parola e la sua vita.
Gesù vede la folla che lo aspetta, che lo cerca, che ha fame. Fame di cibo, di giustizia, di senso, di pace.
Gesù conosce la fame, la nostra fame la vede, Dio non è sbadato, e, sul fare della sera, chiede ai dodici di aiutarlo, di trovare una soluzione.
E scoppia il panico, tra gli apostoli. Ma Dio non ci serve proprio a risolvere i problemi? Non crediamo, appunto, per essere aiutati? Cos’è questa storia, che ce ne facciamo di un Dio che ci chiede di aiutarlo?

La Chiesa (quella vera)
Cos’è la Chiesa?
Una holding del sacro? Un vecchio baraccone che custodisce antichi riti? Una centrale del potere che tenta di salvarsi dal naufragio della modernità?
L’esperienza di Chiesa che vive Matteo diversa, racchiusa in quel gesto ingenuo e potente dell’offrire la propria merenda al Signore perché con essa sfami l’umanità.
L’umanità ha fame.
Fame che Dio sazia, non noi, che Lui vede, non noi, che commuove Dio e – speriamo – un poco anche noi discepoli. Il mosaico di luce che il Maestro vuole disegnare ha bisogno anche di noi, a Dio (burlone!) piace di coinvolgere i suoi discepoli nel suo sogno di pace, e Dio chiede, al solito. «Date loro voi stessi da mangiare».
Signore, noi crediamo in te e ti preghiamo e ti veneriamo appunto per non dover far nulla!
Noi vogliamo sempre credere in te, Dio di ogni Potenza, proprio perché tu ci tolga dai guai e sbrogli le nostre matasse! Non è forse l’idea di Dio che preferiamo? Un Dio che vede la sofferenza e - come un sovrano illuminato - ascolta la preghiera dei suoi servi e li esaudisce?
Gesù, invece, chiede collaborazione, coinvolge.
Quando nella nostra preghiera chiediamo: «Signore ferma le guerre! », Dio ci risponde: «Tu per primo diventa costruttore di pace»; quando lo invochiamo dicendo: «Aiuta quella persona malata», Dio ci dice: «Tu diventa mia consolazione per lei», quando gli diciamo «Allontana da me questo problema», egli ci risponde: «Comincia tu a prenderne le distanze!».

Dal poco alla sazietà
Non siamo capaci, non abbiamo i mezzi, non abbiamo sufficiente fede, abbiamo troppa zizzania nel cuore.
Ogni scusa è buona per aggirare la richiesta. Gesù insiste: a lui serve ciò che sono, anche se ciò che sono è poco.
La sproporzione è voluta: pochi pani e pesci per una folla sterminata; è una situazione che produce disagio, sconforto, la stessa sensazione che proviamo noi quando cerchiamo di annunciare la Parola, di porre gesti di solidarietà, di bene. Incontro i miei ragazzi e sto con loro un’ora a settimana: giochiamo, parliamo, annuncio loro il bel modo di vivere che aveva Gesù. Poi escono, e per un’intera settimana sentiranno e vivranno il contrario: violenza, egoismo, opportunismo.
Vivo come uomo di pace e i miei colleghi d’ufficio ne approfittano e mi fregano.
Consacro la mia vita al Vangelo, corro come un pazzo da una Parrocchia all’altra e la gente pensa che io sia una specie di funzionario di Dio.
Occorre arrendersi?
No: il nostro è gesto fecondo se accompagna l’opera di Dio, è segno profetico che imita l’ampio gesto del seminatore, è icona di speranza che imita la pazienza verso la zizzania del padrone del campo.

Adulti: noi e Dio
Animo, discepoli, coraggio fratelli!
Ci siamo saziati del cibo della Parola, del vino e del latte gratuito del Padre, come profetizzato da Isaia, e sappiamo che nessuna difficoltà ci può separare dall’amore di Cristo, come sperimenta san Paolo, consumato dalle difficoltà dell’annuncio.
Siamo chiamati a donare quel poco che abbiamo, a condividere con inattesa incoscienza tutto ciò che siamo, per somigliare almeno un poco a questo Dio che riempie i cuori.
Un Dio adulto che ci crede e ci rende capaci di cambiare il volto della Storia.
Questa è la Chiesa, quella del cuore di Dio, non quella delle nostre elucubrazioni: l’insieme di coloro che hanno conosciuto l’immensa tenerezza di Dio e che mettono a disposizione ciò che sono, ciò che fanno, perché Dio sazi l’umanità stanca.

Finisco di rileggere quello che ho scritto. Sorrido.
Prendo in mano il rosario e sgrano una decina per le persone che ho incontrato oggi, e quelle che vedrò domani, fragile prete che cerca di mettersi da parte.
Prego: ecco i pani e i pesci Signore, il resto fallo tu.

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