Quaresima: giù le maschere. Il Carnevale finito (a proposito: qualcuno mi spiega perché è sempre Carnevale? Ma non doveva finire col martedì grasso? Che senso ha una festa che si dimentica il motivo per cui è nata? Mistero!), deposti i costumi, siamo ormai entrati nel grande deserto: quaranta giorni di autenticità, di preparazione alla Pasqua, quaranta giorni in cui – come Gesù – ogni anno facciamo il punto della situazione, guardiamo al fondo del cuore e della vita per capire in che direzione stiamo veleggiando. Giù le maschere: nel deserto non c’è bisogno di essere diversi da ciò che si è: l’apparenza non serve, sono messo alle strette, senza cedere alle lusinghe del mondo che mi propone modelli di vita impossibili. No, nel deserto dovete scaricarvi di tutto il superfluo, nel deserto doveteimparare a sopportare l’inaudito frastuono del silenzio. Nel deserto leviamo le maschere e ci chiediamo: chi sono? Nella professione di fede della prima lettura Israele ricorda l’essenziale della propria fede: “mio padre era un Arameo errante”. Sì, amici, siamo viandanti, pellegrini, la nostra patria è altrove. Lasciate stare i faraonici progetti della vostra vita, abbandonate ciò che sa di stanziale, di sicurezza a tutti i costi, valutate ciò che vi appesantisce: siamo pellegrini. Pazienza, quindi, nel raggiungere la meta (a proposito: dove state andando?). Il deserto rivela la nostra natura profonda di viandanti; e il viaggio ricorda parole quali precarietà, essenzialità, disponibilità alla scoperta e allo stupore, fiducia. Giù le maschere: Gesù nel deserto sceglie in che modo essere Messia, rifiuta le tentazioni per giocare in pieno la sua libertà. Gesù rifiuta la tentazione del pane, che riduce l’uomo a sopravvivere intorno alle “cose”: denaro, lavoro, vacanze, vestiti. Cose utili, ottimi servi, pessimi padroni. L’uomo non si riempie il cuore con gli zeri del suo conto in banca, questo vive Gesù. Gesù rifiuta un messianismo di gloria e di plauso, di facili consensi, di gesti mirabolanti. Che stupore! Gesù, uomo riuscito, ha un’autostima tale che può senza difficoltà fare a meno del giudizio degli altri, Gesù rifiuta il potere (ma come? Rifiuta ciò che noi desideriamo?). Infine Gesù rifiuta l’immagine di un Dio che compie miracoli, un Dio eclatante. Gesù toglie la maschera anche a Dio e vede un Padre, non un despota Onnipotente da corrompere. Giù le maschere: non è bello poter avere quaranta giorni davanti per guardare al nostro cuore? Quaranta giorni per vivere le Beatitudini e riflettere sull’esigenza del Vangelo, sull’essere discepoli oggi. La chiesa, da duemila anni, propone tre strade: la preghiera, il digiuno, l’elemosina. La preghiera: cinque minuti di silenzio al giorno con il Vangelo della domenica davanti agli occhi, cinque minuti per iniziare la giornata entrando nel grande mare della pace interiore che viene da Dio. Il digiuno: rinunciare a qualcosa (che so? La TV? Una sigaretta? Un dolce?) per ristabilire un’ordine nella nostra volontà (chi guida la mia vita? Le mie passioni?), per dedicare del tempo: rinuncia a un’ora di TV per giocare con tuo figlio, spegni una sigaretta e fatti un giro nel parco, tienti leggero e pensa alla tua salute. Infine l’elemosina: rinuncia a qualcosa per un gesto di solidarietà. E soprattutto: non barricarti dietro un paravento: “chissà dove finiranno questi soldi? E’ tutto inutile”. Se avessimo il coraggio di informarci! Se – almeno un poco – uscissimo dalle nostre piccole convinzioni per vedere la realtà: l’umanità che cammina nella miseria e nella fatica (spesse volte risultato dell’economia liberista che crea povertà) e in questa umanità fratelli e sorelle cristiane che aspettano un segno di aiuto. Segno reso visibile dalla splendida generosità di molti missionari, ma che può diventare sostegno, aiuto, da parte delle nostre comunità. Non come obolo dato – bontà nostra frugando – nel superfluo, ma come dignitoso gesto di amicizia. Giù le maschere, amici, è iniziata la Quaresima.

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