Matteo inserisce nel suo splendido racconto evangelico una vibrante pagina autobiografica. Racconta di quando, molti anni prima, ha conosciuto Rabbì Gesù. Lui, Matteo, faceva il pubblicano, cioè l’esattore delle tasse per conto dei romani: un collaborazionista e un ladro, abituato a fare la cresta sul denaro incassato. La sua giurisdizione era Cafarnao, sul lago di Tiberiade, grosso centro posto sulla strada che da Damasco porta al mare.
Matteo era ricco, molto ricco, spregiudicato e temuto. Odiato, certamente, com’è odiato chi ha fatto fortuna sulle tragedie altrui. E venduto, perché – si sa – il denaro non puzza, e occorreva rassegnarsi alla dominazione romana. Idolatra, per i farisei e i devoti, perché portava in tasca le monete dell’Impero, con il bel faccione dell’imperatore stampato sul conio.
Poi, un giorno, l’incontro con quell’ospite di Pietro e Andrea, i pescatori che gli fornivano due volte a settimana il pesce del lago. Lo aveva già visto altre volte, il Nazareno; sapeva che giocava a fare il mistico, il profeta, Ma lui, Matteo, non aveva tempo per occuparsi di religione.
Accadde, così, semplicemente come Matteo ce lo racconta.
Il Nazareno si accostò, sorridendo, al banchetto delle tasse. Lo guardò con intensità. Matteo si aspettava un rimprovero, come spesso accadeva da parte dei devoti che andavano in sinagoga e che sputavano in terra quando lo incrociavano.
Invece no. Gesù disse, semplicemente: vieni?
Matteo restò interdetto.
Avrebbe voluto fargli mille domande. Non un suono gli uscì dalla gola.
Andò.

Trent’anni dopo
Matteo scrive questa pagina trent’anni dopo. Ci sta dicendo: ne è valsa la pena, non è stato il momento inebriante e fuggente dell’evento spettacolare, del ritiro o del pellegrinaggio, della giornata della gioventù o dell’esperienza di Taizè, esperienze travolgenti che devono poi passare al setaccio della quotidianità e della povertà delle comunità parrocchiali. Trent’anni sono una vita, e Matteo dice a noi suoi lettori: ho lasciato tutto: ricchezza, potere, progetti e ho seguito il folle Nazareno. Ne è valsa la pena, credetemi, è come se la festa che ho dato giunta la sera e a cui Gesù ha voluto partecipare, malgrado fossimo tutti dei rampanti professionisti della truffa, degli spregiudicati manager senza scrupoli, fosse continuata fino ad oggi.
Che tenerezza suscita Matteo! Sentiamo forte la sua emozione, intuiamo la forza rigeneratrice di questo incontro e ci fermiamo alle soglie del mistero dell’incontro fra Dio e l’uomo. Tutela della privacy.
Quale argomento ha potuto convincere un uomo così radicato nel proprio delirio di onnipotenza a lasciare tutto per seguire un Maestro farneticante?

La misericordia
La misericordia, amici, la misericordia. Matteo ha incontrato in quello sguardo tutta la tenerezza che si era negato e che gli avevano negato, tutto il bene che non pensava possibile, tutto il rispetto di chi ti ama davvero, di chi oltrepassa i tuoi limiti, i tuoi peccati, le tue scelte spregevoli e vede in te ciò che tu non vedi più: il santo che potresti essere.
Gesù lo ama, senza giudicarlo, senza offenderlo, senza astio o rabbia o moralismo.
Lo ama con libertà e, amandolo, lo fa nuovo. Matteo diventerà ciò che Gesù ha pensato di lui, Matteo diventerà il santo che scopre di essere.
Matteo è sconvolto. Non sa dove lo condurrà questa avventura, non sa ancora cosa succederà; i suoi amici lo prendono in giro, non lo capiscono, ma brindano alla sua fortuna. Matteo segue il suo istinto: non ha mai trovato tanta gioia in un momento solo, tanto amore in un solo sguardo.
La misericordia ci converte, amici. Non il timore, non il giudizio, non la legge, non la devozione, non l’etica, non la ragione, non la volontà. La misericordia: l’esperienza del cuore di Dio che supera la nostra miseria, l’amore di Dio che mi aiuta a superare la mia e l’altrui fragilità.
Levi si è convertito perché, per la prima volta, si è sentito amato.

Prima l’amore, poi il sacrifico
Troppi cristiani hanno una visione crocefissa della fede, una visione moralistica dell’agire cristiano, come se dovessimo meritarci l’amore di Dio. Il sacrificio, lascia intendere Osea, è un modo per restare fedeli all’amore. Se ami davvero, prima o poi ti viene chiesto di abbandonare te stesso, i tuoi sentimenti, per amore dell’amato. E’ un gesto doloroso, di dimenticanza del sé, un gesto – appunto – sacro.
Ma prima, per favore, mettiamo l’amore.
Forse la presunta crisi della Chiesa (ma esiste davvero questa crisi?) non è nelle strutture, nell’emorragia di fedeli, nello scollamento con la modernità, nel calo delle vocazioni consacrate, ma nella diminuzione dell’amore.
No, non la metto giù semplice, non lasciamoci travolgere dalla moda buonista.
L’amore, se è davvero amore, può anche essere esigente, aiutare l’altro a crescere. Matteo, una volta divenuto discepolo, ha abbandonato ogni compromesso con la tenebra: non ne aveva più bisogno.
Ma se il cristianesimo non ci porta a incontrare la tenerezza e a diventarne discepoli, cosa diventa?
Amate, ve ne prego.
Male, in modo imperfetto, ma amate.
Da adulti, profeticamente, col sorriso, amate.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *