Nel cuore dell’estate Gesù – tenero! – ci rassicura: anche se siamo un piccolo gregge di pecore sperdute ed impaurite, al Padre è piaciuto darci il suo Regno.
Fidandoci di Gesù pastore, evitando di seguire i tanti finti pastori che ci affittano il pascolo e si disinteressano di noi, seguiamo il pastore bello delle pecore che, solo, ci può condurre alla pienezza della vita.
Seguire lui è la più bella avventura della vita, l’unica cosa per cui valga davvero la pena di investire. Lasciamo stare le ansie del possesso (economico, affettivo, relazionale), ragioniamo bene prima di investire energie e sogni in cose che non possono colmare il cuore.
L’ho visto mille volte nella mia sgangherata vita di cercatore di Dio: uomini e donne inseguire sogni, arrampicarsi su pareti verticali, prendersi ceffoni sonanti pur di conquistare un obiettivo di lavoro, di denaro, di relazione. Salvo poi, passato l’entusiasmo e l’euforia, restare con l’amaro in bocca: il cuore ancora reclama emozioni, passione, scoperte.
Come quando si va in montagna, spesso un colle nasconde un’altra salita, un’altra vetta.
No, siamo onesti, non è affatto semplice colmare l’inquietudine che abita nei nostri cuori.

Estote parati
State pronti, ammonisce Gesù. Pronti a viaggiare, pronti a mettere in discussione ogni risultato, ogni certezza, tanto più se derivante dalla fede e dalla religiosità. Se abbiamo capito che il nostro cuore è fatto per l’infinito e l’infinito cerchiamo, stiamo pronti a cercare all’infinito.
È il salubre atteggiamento del discepolo, la consapevolezza del “già e non ancora”.
Già conosco Dio, eppure non lo possiedo ancora.
Già ho vissuto una splendida esperienza affettiva, eppure so che nessun amore colma il mio cuore definitivamente.
Già ho scoperto, alla luce del Vangelo, quanta grazia e luce interiore ricolmano il mio cuore, ancora vivo momenti di sconforto e di buio.
Già ho capito chi sono, ma ancora non so chi sarò.
Una tensione sana, bella, che ci conduce all’essenziale, che ci stacca dalla pesantezza della quotidianità, che ci restituisce al realismo.
State pronti, ci chiede il Maestro. E noi vegliamo nella notte.
Quanta fede ci chiedi, Signore!

Nomadi
Come Israele, le cui gesta, enfatizzate e mitizzate, abbiamo letto nella prima lettura, anche noi siamo chiamati ad uscire dalla schiavitù, da ogni schiavitù, per imparare, nel deserto, a fidarci di Dio. Schiavi dell’idea che abbiamo di noi stessi, schiavi e preoccupati dell’immagine che dobbiamo restituire agli altri, schiavi dei finti bisogni che la pubblicità ci suscita, possiamo riscoprire, alla luce della parola, che o l’uomo è cercatore o non è, o l’uomo è mendicante o non è. o l’uomo è in cammino interiore o non è.
Che la vita, che ogni vita. È progressiva liberazione interiore.
Quanta fede ci chiedi, Signore!

Come Abramo
Abramo ascolta la sua voce interiore. Non è un giovane preso da deliri mistici: è un uomo realizzato, non travolto da impetuose passioni. Egli è l’uomo provato dalla vita, disilluso e che – pure – sente un appello irrefrenabile all’interiorità. Vai, sente nel cuore, Vai a te stesso.
Folle Abramo che lascerà ogni certezza e ruolo sociale per seguire un istinto interiore, per ritrovare se stesso! E questo suo gesto sarà immensamente fecondo: egli è il padre di tutti i cercatori di Dio.
Vai a te stesso, amico lettore, scopriti viandante, sul serio.
Anche se pensi di avere vissuto a sufficienza, o troppo sofferto, o fatto le tue scelte.
Siamo tutti straordinariamente liberi, resi capaci di iniziare percorsi nuovi anche quando tutto sembra deciso, sbagliato, irremovibile.
Vai a te stesso.

L’Attesa
La vita, allora, diventa inquieta attesa, l’attesa del ritorno, l’attesa dell’incontro del padrone che torna dalle nozze.
Attesa: la mia vita, la tua vita è attesa.
Di un senso, del superamento del tuo dolore, della chiave per capire la tua vita, di una persona da amare, di un figlio da stringere e baciare, di un mondo migliore, della luce infinita che illumini le tue paure, di Dio.
Attesa.
L’uomo è l’unico essere vivente capace di attendere, di vegliare, di insistere, di credere.
Nella notte, spesso, nel lungo e corposo silenzio della notte, sentiamo crescere la nostra fede, abbandonarsi il nostro cuore, capiamo cosa ci è essenziale. Nella notte, come le sentinelle che aspettano l’aurora, diventiamo dei credenti, dei discepoli. Quando le ginocchia vacillano, quando la fatica è tanta, quando ci sembra di non farcela ad attendere, quando la disperazione fa pressione alla porta del cuore, possiamo guardare ai testimoni, guardare ai padri della fede, ai tanti, tantissimi che hanno, come noi creduto nella notte, e visto la luce, infine.
La fede è questo misterioso già e non ancora, questo silenzio assordante, questa notte luminosa. Vegliamo, dunque.

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