Che settimana dura, che settimana tragica…Può la Parola in qualche modo illuminare ciò che sta accadendo? O non dobbiamo – piuttosto – far finta di nulla, tirare diritto, pensare che il mondo fuori è malvagio e consolarci con qualche bella esortazione spirituale?
No, certo: nella logica del Dio dell’incarnazione non possiamo ignorare le tragiche immagini di queste ore, l’America ferita nel cuore, l’odio devastante e irrazionale che diventa follia omicida; non è questo il luogo per fare analisi, per cercare responsabilità, per capire le ragioni dell’una e dell’altra parte. Anche noi, come il vecchio Papa piegato dalla malattia, non possiamo che sospirare col salmo: “il cuore dell’uomo è un abisso”.
Martedì scorso, nel pomeriggio, mi trovavo a Gerusalemme con un gruppo di pellegrini, giornata conclusivo di una splendida esperienza di ritiro e fede. Usciti dal Litostroto, ciò che resta della fortezza Antonia, diretti al Santo Sepolcro, ho visto uno spettacolo che mai avrei voluto vedere: tutto il quartiere arabo della città vecchia era in fibrillazione per le notizie che giungevano dalle radio accese ad alto volume e la gioia (tragica, inaudita) di una vendetta consumata si leggeva negli occhi, segno della profonda frustrazione di un popolo e dell’insensatezza dell’odio covato da anni sotto la cenere. Giunti al sepolcro, tesi come vi lascio immaginare, ci siamo inginocchiati davanti alla tomba vuota col cuore pieno di sconforto.
Cambierà mai l’uomo? Imparerà mai l’amore? Sarà mai capace a non farsi idoli? Non viene voglia di arrendersi?
Un po’ come la presenza cristiana a Gerusalemme: mite e sconfitta, vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, eppure piena di speranza come solo san Francesco ha saputo fare.
Sì, lo confesso. davanti alle immagini del satellite che svelavano l’immensa tragedia ho pensato alla sconfitta di Dio.
La fede cristiana è questo paradosso: noi crediamo ad un Dio che ha perso. All’apparenza.
Noi vediamo sgomenti la sconfitta dell’uomo che crede di far piacere a dio (quale? Allah il misericordioso? Andiamo!) uccidendo con ferocia. Questa terra insanguinata, una terra per due popoli e tre religioni come profetizzano inutilmente i cristiani quaggiù, è la sintesi di tutti i misteri dell’uomo che fatica a crescere. Anche noi siamo come il popolo d’Israele tentato dagli idoli di ogni epoca: potere, denaro, arroganza.
Eppure…
Dio non accetta la sconfitta, non crede che l’uomo sia irrecuperabile. Come un pastore cerca la pecora smarrita (fuggita?) e – invece di bastonarla arrabbiato per il tempo perso e la fatica – se la carica sulle spalle.
La misericordia, amici, solo la misericordia ci potrà salvare: io credo che il volto sereno di Dio, benevolo tanto da apparire impotente, può convertire il cuore malato dell’uomo. E voglio diventare misericordioso e mansueto perché per un cristiano il nemico non è fuori ma dentro ciascuno di noi.
Paolo, rileggendo la sua vita, si accorge di essere passato dal fanatismo religioso (in nome di Dio, anche lui!) all’incontro con la tenerezza infinita di Dio.
Ecco, questo so: l’uomo non è perduto, Dio è misericordia infinita, tenerezza sconfinata. Ora, seduto davanti al sole che accarezza le mie montagne, nel freddo ormai pungente dell’autunno in quota, mi dico che voglio essere discepolo di questo Dio mansueto che cerca la pecora perduta, che voglio consacrare la mia vita alla tolleranza e alla pace, che scelgo da ora e per sempre – ancora – l’arrendevolezza e la comprensione che ogni giorno posso celebrare e costruire.
E penso al sole che infiamma le bianche pietre di Gerusalemme e non posso non pregare per il popolo Palestinese arrabbiato, condividere la paura dei fratelli ebrei, chiedendo ad entrambi e a me di smettere di adorare gli idoli (dal profitto americano allo stato per Israele, alla terra per i palestinesi). Intanto Dio piange, ancora.
Ma lì, al santo Sepolcro, una tomba vecchia di duemila anni ci dice che la morte non è riuscita a fermare Dio. E la speranza.

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