Sono tornati dalla loro missione, i discepoli.
Contenti, entusiasti, pieni di gioia per l’efficacia dell’annuncio.
Come un buon padre che ama i suoi figli, il Maestro condivide la loro gioia e vede la loro stanchezza.
È il momento del riposo, di appartarsi, di lasciare la folla che sfinisce per dedicarsi del tempo. È proprio l’andare in disparte il nucleo della parola di oggi.
Un modo inattesi di interpretare la vacanza.

In disparte
Senza un tempo di deserto, di silenzio, di intimità col Signore non è possibile restare cristiani, conservare la fede, crescere nel discepolato. E più il caos e la fibrillazione quotidiana ci prendono e più diventa urgente e necessario ritagliarsi del tempo.
La preghiera quotidiana, piccolo spazio da dedicare all’anima, ci aiuta a galleggiare durante la settimana. Così una bella celebrazione festiva, una vera “eucarestia”, ci permette di incontrare il risorto e di ricaricare le batterie. Ma, lo sappiamo bene, la fatica della vita contemporanea ci spegne la voglia di vivere.
Sarebbe bello accogliere l’invito che il Signore ci fa per ritirarci con lui una mezza giornata, in un monastero, in un luogo bello della natura. In silenzio, per lasciare la Parola sostituire le nostre piccole parole.
E se abbiamo responsabilità nella comunità, ci è ancora più urgente trovare dei tempi di deserto. Il mio cuore si rattrista nel vedere tanti preti travolti dalle cose da fare, piccoli manager del sacro che non riescono più a vivere ciò che proclamano.
Le nostre comunità hanno gravi responsabilità nei confronti dei propri pastori. È segno di attenzione evangelica accorgersi delle fatiche dei propri pastori che hanno dedicato la vita al gregge ma che, spesso, sono considerati e trattati da mercenari.
E se, come ci ricorda drammaticamente Geremia nella prima lettura, i pastori sono diventati mercenari che pascono loro stessi, dobbiamo accompagnarli con forza nella preghiera chiedendo la loro e la nostra conversione.

Il Nazareno
Si sono staccati, sono riusciti a lasciare la folla. Ma, sorpresa, appena scesi dalla barca, la folla li ha raggiunti. Vacanze finite prima ancora di cominciare.
Io mi sarei irritato mortalmente.
Gesù no.
Vede, si accorge dello smarrimento della folla, ne prova compassione, tenerezza.
La sua non è una tenerezza sdrucciolevole e finta.
Il suo è un accorgersi pieno di autentica compassione, di condivisione adulta del sogno e del dolore degli uomini. Marco usa un verbo che è caratteristico dell’atteggiamento di Dio, la compassione.
Gesù conosce il dolore perché è uomo fino in fondo, perché ama davvero questo Dio timido e pieno di esperienza.
Sempre la Chiesa è chiamata a guardare al mondo smarrito.
Senza giudizio, senza arroganza, senza supponenza, ma con compassione.
Sempre, come fa il Maestro.
Gesù sa che abbiamo bisogno di dentro, di pace, di luce, di vacanza.
Vacanza bella non piena e stupida, non stordente e chiassosa.

Vacanze
Il Signore ci propone di passare le vacanze con lui, nel silenzio, nel deserto, ci chiede di fidarci, di guardarlo negli occhi, perché lui è il pastore che si commuove della fatica delle pecore, il pastore che non vuole a tutti i costi venderci qualcosa.
La vacanza è il momento in cui andare in disparte e riposarsi un po’ con il Signore Gesù.
C’è il rischio di vedere la vacanza come un momento di euforia, di eccesso, di esteriorità.
La vacanza diventa l’occasione per incrociare lo sguardo di compassione del Maestro.
L’unico che sa dove condurci, l’unico che sa dove portarci.
Sappiamo cogliere la vacanza come un dono, come un momento di ascolto e di confronto con gli altri, uscendo dal nostro orizzonte e dai nostri giudizi per accogliere con dignità la vita di altri popoli, per dedicare del tempo al riposo, certo, ma anche al recupero delle relazioni con la famiglia e con Dio.
Perché non mettere nella valigia un vangelo e un libro di spiritualità? Certo, stupirete i vicini di ombrellone, ma abbronzerete l’anima.
Abbiamo sempre pronta la scusa di non avere tempo da dedicare alla preghiera: perché non ricavarlo durante il tempo del riposo?
Il Signore ci invita a riposarci, ad andarcene in disparte certo, ma con lui, per ritrovare l’armonia tra il corpo e lo spirito che la frenesia del lavoro spesso interrompe.
Una seconda, consolante parola, per tutti gli altri.
Per quelli, la maggioranza (!), che non hanno, né avranno la possibilità di fare vacanza, specialmente per quelli che d’estate vivono ancora più soli: gli anziani, gli ammalati, le persone separate, chi è in difficoltà economica.
Il Signore guarda la folla e prova compassione, si commuove, perché, allora come oggi, noi uomini siamo come pecore senza pastore.
Animo, amici! Il Signore non si dimentica di noi, non ci lascia soli, diventa nostro pastore.
A questo Dio di tenerezza e di compassione sappiamo rivolgere il nostro sguardo e la nostra preghiera.

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