L’essere umano è composto di liquidi, per la maggior parte, così che possiamo sopravvivere all’assenza di cibo per diversi giorni, ma non all’assenza di acqua.
Forse vi è successo di trovarvi in una situazione di assenza d’acqua: magari per una dimenticanza o un’imprudenza vi siete scordati la bottiglia o avete sottovalutato il dispendio di liquidi e vi siete trovati in barca sotto il solleone, o nella gita in mezzo al deserto o, come è capitato a me, in alta montagna senza un goccio di liquido.
Il corpo comincia a soffrire, ogni fibra chiede acqua, si fa esperienza di quasi disperazione e quando, infine, ci si disseta, l’acqua, inodore, insapore rianima il nostro corpo esausto.
Esiste una sete altrettanto radicale e subdola.
È la sete di amore, di bene, di affetto, di luce, di pace, di senso che inquieta le nostre vite.
Una sete profonda, misteriosa, che rischiamo di sottovalutare o, peggio, di saziare con acqua salata che, dopo una prima, apparente, soddisfazione, amplifica a dismisura il desiderio di bere.
Ne sa qualcosa la samaritana.

Sete d’amore
Ha sete d’amore, la samaritana, come tutti.
Ma lei è fragile e non ha trovato niente e nessuno che l’abbia dissetata.
La Parola ce la descrive in un momento difficile della sua vita: abbandonata quattro volte da uomini che promettevano amore, si ritrova ora a convivere con un altro uomo, forse rassegnata. Nel frattempo, però, il suo desiderio di essere amata ha prodotto una catastrofe: il giudizio dei suoi concittadini. È una donna leggera, una pocodibuono, giudicata e condannata dai benpensanti di ieri e di oggi. Il giudizio nei suoi confronti è così pesante che preferisce fare acqua in pieno sole, pur di non incontrare nessuna delle vicine “a modo” che la guardano dall’alto in basso.
Il suo cuore è pesante, dissetato di acqua salata.
E lì, al pozzo, incrocia quell’ebreo stanco e assetato, che attacca bottone.
È guardinga, la samaritana: è stufa di farsi sedurre, è stufa di essere illusa, pensa subito che quel tale che le chiede di attingere acqua voglia corteggiarla.
Ha perfettamente ragione.

Lo sposo
Il pozzo è il luogo del corteggiamento, nella Bibbia. Al pozzo Mosè incontra Zippora, al pozzo Isacco incontra Rebecca. Al pozzo lo Sposo cerca la sposa delusa e infedele. Non per giudicarla, ma per dissetarla.
Ha sete, lo Sposo.
Ha sete della fede della donna, della nostra fede. E prende l’iniziativa, stanco, perché Dio è stanco di cercare l’umanità infedele che si disseta a cisterne screpolate.
Il dialogo deve superare la diffidenza enorme della samaritana, ma Gesù accetta.
È un dialogo rispettoso, delicato, che invita la donna a guardare oltre, ad alzare lo sguardo, a guardarsi dentro. Certo: è Gesù che chiede da bere, ma è lei che è assetata e Gesù è la sorgente di acqua inesauribile.
La donna tentenna (Chi si crede di essere questo maschio ebreo?), ma alla fine è incuriosita. Una sorgente d’acqua che disseta? Una sorgente di acqua viva, non acqua stagnante di pozzo? Averne!
E Gesù osa: parlami di te, dimmi della tua sete.

Beghine
No, questo no.
La donna si chiude a riccio. Eccone un altro. Uno di quelli che giudicano, che si sentono migliori, che aggiungono sale alle ferite, come se lei non sapesse che il suo cuore l’ha ridotta ad uno straccio, che la sua vita affettiva è una bandiera al vento. Ecco un altro di quelli che pensano che per credere in Dio bisogna, prima, superare l’esame.
No, questo no, basta.
E Gesù accetta, si tira indietro, sa che è un nervo scoperto.
Eppure insiste, con rispetto, senza giudizio.
Se vuoi essere dissetata, fa intendere alla donna, sii onesta con te stessa.
Dio non ti giudica, Dio non ti condanna, gli altri sì, sempre, e più si dicono di Dio e peggio giudicano, no stai serena, nessun esame da superare, solo un limite da accettare.
La donna svicola, la mette sul religioso: Dio bisogna pregarlo a Gerusalemme o qui, sul Garizim?
Domanda ingenua, domanda imbarazzante. Lei, pubblica peccatrice, non può entrare nel Tempio, né in quello della Giudea, né avrebbe potuto in quello ormai distrutto dei Samaritani. La religione ha le proprie regole, e lei è fuori.
E invece no, dice Gesù. Il suo cuore è un tempio, la sua verità, il suo spirito le permettono di accedere alla gloria.
Lei è un tempio e lì può incontrare Dio.

Brocche
Tace, la donna.
Mai nessuno le aveva detto di essere un tempio, di essere amata. Mai nessuno l’aveva amata.
Il mondo si era divisa in chi l’aveva usata e in chi l’aveva condannata.
Nessuno, mai, le aveva detto di essere amata senza condizioni.
Beve, ora, la samaritana, beve come se mai avesse assaporato il gusto dell’acqua, come sei mai avesse assaggiato l’acqua fresca di sorgente. Beve e sente in lei aprirsi la sorgente, spezzare la roccia del dolore, come quella che Mosè diede al popolo nel deserto.
Corre.
Abbandona la brocca (che le importa, ora?), corre dai suoi vicini e grida: è arrivato il Messia.
I vicini accorrono, stupiti. È proprio lei, e parla, incrocia gli sguardi, non li fugge, è lei, diversa, nuova, trasfigurata. Resta, il rabbì ebreo, e disseta tutti, ora.

Follia
La peccatrice diventa discepola, la donnaccia, un’opera d’arte. Il suo limite diventa il trono della gloria di Dio, la sua vita disordinata l’epifania del volto di Dio. Beve, ora, e lei stessa diventa sorgente.
Follia, amici, follia.
Riusciremo mai a convertirci a tanto?

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