Fine. Anzi, no: inizio. Oggi si conclude l’anno liturgico, anno passato con Matteo, manager riuscito e temuto che ha gettato alle ortiche le sue presunte conquiste per essere conquistato dal Rabbì Gesù di Nazareth, che ci ha insegnato ad essere discepoli. E – al solito – l’anno si conclude con la festa di `Cristo Re dell’Universo`. Nostalgie monarchiche della Chiesa? No, certo: ma invito ultimo a riflettere su chi è Dio e su chi è il discepolo di questo Dio. Tenetevi ai braccioli della poltrona, perché ciò che oggi leggiamo è il non-senso di Dio, la negazione dei nostri (falsi) ogni. Non siamo più o meno tutti convinti che Dio sia Eterno, Onnipotente, Onnipresente, Assoluto, eccetera? Non ce lo vediamo che sovrasta l’Universo e la Storia, girando – impercettibilmente e stancamente – lo sguardo sulle sue creature? Non ci sgoliamo nelle preghiere scocciati e affranti quando non veniamo esauditi? Tutto vero. Abbastanza. Perché questo Dio è più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità. Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per identificarlo, un re senza potere se non quello (devastante) dell’amore. Ecco: questo è il nostro Dio, un Dio sconfitto. Ma un Dio sconfitto per amore, un Dio che – inaspettato – manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio – lui sì – si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna, si ostende. Dio non è nascosto, misterioso: è evidente, provocatoriamente evidente; appeso ad una croce, apparentemente sconfitto, gioca il tutto per tutto per piegare la durezza dell’uomo. Gesù è venuto a dire Dio, a raccontarlo. Lui, figlio del Padre ci dona e ci dice veramente chi è Dio. E l’uomo replica. `No, grazie`. Forse preferiamo un dio un po’ severo e scostante, sommo egoista bastante a sé stesso, potente da convincere e tenere buono. Forse l’idea pagana di dio che ci facciamo ci soddisfa maggiormente perché ci assomiglia di più, non ci costringe a conversione, ci chiede superstizione; non piega i nostri affetti, solo li solletica.
Quest’anno la festa di Cristo Re ci rivela il destino finale della nostra storia. Una pagina da imparare bene, visto che svela il trucco della salvezza, visto che i termini del contratto sono espliciti. Dunque: alla fine dei tempi, davanti al Cristo in maestà che succederà? Lo trovate scritto, leggete bene, e mettete da parte il taccuino in cui abbiamo segnato le nostre ore di preghiera, le nostre messe e confessioni e le eventuali giustificazioni da tirare fuori. Il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto, nel povero, nel debole, nell’affamato, nel solo, nell’anziano abbandonato, nel parente scomodo. Sì: avete capito bene. Il giudizio sarà tutto su ciò che avremo fatto. E sul cuore con cui lo avremo fatto. La fede è concretezza, non parole, la preghiera contagia la vita, la cambia, non la anestetizza, la celebrazione continua nella città, non finisce nel Tempio. Allora, certo, la preghiera, l’eucarestia, la confessione, sono strumenti di comunione col Cristo e tra noi per fare della nostra vita il luogo della fede. Nel mio ufficio, alla mia facoltà, in casa a spadellare mi salverò. Se saprò portare la fede da dentro a fuori, da lontano a vicino, e riconoscere il volto del Cristo adorato nel volto del fratello che incontro ogni giorno. Uno dei grandi santi della nostra terra, Bernardo, l’ha capito bene. Costruendo un ospizio sul colle, là in alto, volle che i suoi monaci avessero come divisa il motto: `Hic Christus adoratur et pascitur`. `Qui Cristo è adorato e sfamato`. Adorare e sfamare, i due polmoni della nostra fede. La regalità di Cristo, oggi, si manifesta nei nostri gesti. Cristo è Signore se sapremo sempre di più amare i fratelli, partecipare loro della nostra fede. La fine di quest’anno ci richiama ancora, allora, alla concretezza della nostra fede, al Cristo di Matteo che, incontrato, ti fa cambiare la vita.

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