Gridiamo sui tetti che il nostro Dio ha cura anche di un passerotto! Urliamo con la nostra vita e la nostra speranza che il volto vero di Dio è diverso da quello che le nostre paure proiettano nel nostro inconscio! L’appassionata richiesta di Gesù è un invito pressante, uno sprone a fare come Matteo, a lasciare tutte le nostre presunte certezze per seguire il Rabbì, un monito ad uscire da un cristianesimo di sacrestia, a superare la troppo diffusa vergogna del dichiararci cristiani.
Ora, però, dobbiamo armarci di pazienza e capire in profondità uno dei Vangeli più impegnativi e liberanti della Bibbia.

La classifica dell’amore
Ricordo un simpatico signore che, alla fine di una Messa in cui avevo letto il Vangelo di oggi, mi disse: “Don, io sono molto evangelico: non sopporto mia suocera!”. In effetti ciò che Gesù chiede è sconcertante: amarlo almeno come si ama una moglie, un figlio, un padre. In un altro spinosissimo punto del Vangelo Gesù dirà: amare Dio di più (Che in ebraico, lingua contorta, si dice: “Amare gli altri di meno”, cioè odiarli…).
Io qui non ci capisco nulla: il Vangelo non ci svela forse il volto tenerissimo di un Dio che ci conosce e ci ama nel profondo? Un Dio talmente innamorato della vita dal voler diventare uomo? Come può questo Dio che ci ha svelato la bellezza assoluta dei sentimenti umani, l’armonia profonda che egli ha messo nel cuore della Creazione, chiederci di non vivere l’amore, l’esperienza più bella che possiamo fare su questa terra?
No amici, capiamola bene questa Parola.
Anzitutto Gesù ci dice che avere a che fare con Dio è nell’ordine dell’amore, non nell’ordine del dovere e della morale. Quando lui, il Maestro, parla di Dio, sente il suo cuore vibrare nel profondo. Non ha nulla a che vedere, il Dio di Gesù, con la noiosa e stanca ripetizione di riti scaramantici, del rispetto acido e rigido di norme che tendono a giustificarmi.
Gesù ci sconcerta togliendo Dio dal vocabolario del Sacro e della Religione, per piazzarlo in quello morbido e vellutato dell’innamoramento e degli affetti.
Gesù dice che fare esperienza di Lui significa innamorarsi.
Dirà, addirittura, che egli è capace di dare più gioia della più grande gioia che un essere umano possa sperimentare. Gesù pretende di colmare il cuore del discepolo che lo cerca.
Amatevi, amici, cercate di crescere nella difficile arte dell’amore che lascia liberi e che fa crescere, dell’amore che non possiede ma dona, dello sguardo che non accaparra ma stima e rispetta.
E in quell’amore troverete la misura con cui Dio ci ama.
Se la tua esperienza di amante, di genitore, di figlio è splendida (e di questo loda la vita), quanto più grande può diventare l’incontro col Signore!

Croci
Ma amare non è facile.
Sentiamo in noi il limite dell’amore, la fragilità del dono che vorremmo realizzare e che, pure, è ambiguo, doloroso, crocifiggente. Imparare ad amare costa molta fatica, liberarsi del piccolo dittatore che abita in noi non è semplice, trovare un equilibrio che mi rende felice di ciò che ho scoperto di essere, è un impegno che occupa un’intera vita.
La vita è difficile, a volte. Gesù ci chiede di affrontarla come viene, senza disperarsi, portando la croce della contraddizione, pazientando nel saperci capaci di crescere.
Sulla croce si parla spesso a sproposito. Vorrei chiarire alcune cose semplici.
Dio non manda la croce, e la croce non ci fa del bene. La croce ce la da’ la vita, la salute, gli altri, i nostri giri di testa. Ma Dio no, non pensa che la croce sia educativa, non diciamo stupidaggini. E’ come se un padre dicesse: “Visto che il dolore aiuta a crescere, taglio il braccio a mio figlio!”
Possiamo, come dice Gesù, far diventare la croce un’occasione di crescita, una possibilità di andare all’essenziale. Anche Gesù prenderà una croce, non frutto delle sue scelte, né conseguenza dei suoi errori, e la trasfigurerà. Essere discepoli, come Matteo, significa che il tesoro nel campo che egli ha trovato vale qualsiasi fatica per possederlo e conservarlo…
Gesù dice che trovare Lui è l’esperienza più travolgente della vita e che vale la pena di lasciare tutto per possederlo. Che “perdere” la vita nel Signore non significa buttarla ma affidarla alla tenerezza che guarisce il mondo.

A caccia di profeti
I profeti camminano in mezzo a noi travestiti da operai, col volto anonimo del mio collega d’ufficio, col volto stanco e provato della mamma di famiglia. I profeti, spesso, non sanno di essere profeti e non sanno molto di teologia. Vivono le esperienze della vita con serenità e libera rassegnazione, amando dell’amore di cui sono capaci. Persone che hanno dovuto dare tanto alla vita, non si disperano e vivono cercando un senso al loro percorso.
E’ pieno di profeti, in giro, cercateli.
Chiedete allo Spirito che vi permetta di leggere i cuori, non le firme sui vestiti, che vi aiuti a scrutare gli occhi, non le frasi ad effetto, che vi faccia cogliere quanta potenza c’è nella vita di una persona, non quanti cavalli ci sono nel motore della sua macchina. E, dopo averli riconosciuti, date loro un bicchiere d’acqua fresca: il vostro sorriso, un cenno di saluto, una stretta di mano, una battuta.
Così facendo accoglierete questo Dio che, ormai, si diverte a nascondersi dietro gli occhi stanchi degli uomini autentici.

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