Ricominciamo.
Prima domenica di avvento, in compagnia di Marco, quest’anno.
Marco il ragazzo che ha seguito Gesù a Gerusalemme, e nella cui casa i discepoli si sono radunati dopo la crocefissione. Marco che ha seguito Paolo, piuttosto burbero, che lo ha rispedito a casa dopo l’eccessiva nostalgia di casa dell’adolescente e che ritroviamo, poi, a fianco dell’apostolo Pietro.
Un vangelo, il suo, scritto per la comunità di Roma, probabilmente, con un linguaggio asciutto e povero, ma denso di sfumature.
E oggi, in sua compagnia, iniziamo il tempo di preparazione al Natale.
Ancora una volta.

Quante volte?
Riflettevo, proprio ieri, passeggiando in montagna fra i larici ingialliti e la neve e poche decine di metri sopra di me, su quanti Natali ho preparato e vissuto in questa mia vita movimentata. E sono ancora qui, non a far finta che Gesù nasca, egli è nato, è vissuto, è morto ed è risorto, ma per lasciarlo ancora nascere nella mia vita.
Fra la sua venuta e il suo ritorno ci sono io, ci siamo noi, in questo tempo.
Ogni anno ripercorriamo la storia della salvezza, ogni volta ascoltiamo gli stessi vangeli, torniamo allo stesso punto ma, come una spirale, ad un livello più profondo.
Speriamo.
Le ragioni per essere scoraggiati sono molte; la crisi economica, le difficoltà politiche, il crescente clima di rissosità, la Chiesa che sembra faticare a rilanciare la fede, schiacciata all’angolo da troppe paure e da qualche incoerenza di troppo.
Fatichiamo, poche storie.
Abbiamo bisogno di un redentore.

Esili
Il popolo è da tempo in esilio a Babilonia. Lo scoraggiamento è alle stelle: dove sono tutte le promesse rivolte ai padri? Dov’è il Dio di cui parlavano con passione? Nessuno sa più parlare di Dio e Isaia osa: non sono i padri della patria a salvare il popolo, ma solo Dio, il redentore.
I legami del clan, in Israele, erano fortissimi.
Se un famigliare veniva ridotto in schiavitù, per pagare dei debiti o vittima della guerra, qualcuno della famiglia era tenuto a riscattarlo, a pagarne la liberazione o, in caso estremo, a sostituirsi a lui nella schiavitù. Era il redentore.
Dio promette di riscattarci, di sostituirsi a noi, di strapparci alle mille schiavitù in cui siamo caduti.

Notti
L’asciutta parabola con cui iniziamo la conoscenza di Marco ci spalanca un mondo.
Gesù viene a visitarci nella notte, in maniera nascosta. Possiamo fare esperienza di lui, ma diversamente da come lo hanno conosciuto i discepoli. La notte, allora, rappresenta la fatica della ricerca, la tensione ideale, la scoperta del mondo della preghiera, del mondo interiore, della spiritualità.
I rabbini, nelle loro riflessioni, ci parlano di quattro notti: quella in cui Dio creò il mondo, in cui chiamò Abramo, in cui liberò Israele dalla schiavitù d’Egitto. L’ultima notte è quella del ritorno del Messia.
Anche noi possiamo incontrare nella notte il Signore.
Nello splendore della Creazione, nell’armonia del Cosmo. La natura è in attesa di redenzione, come noi e va conosciuta e rispettata. Gli eventi drammatici delle scorse settimane in Liguria ancora ci ricordano quanto siamo fragili e quanto dobbiamo ben operare per rispettare i ritmi del Creato, senza cedere alla tentazione di poter gestire a nostro piacimento il giardino che ci è affidato.
Possiamo incontrare il Signore, come Abramo, rientrando in noi stessi, mettendoci in cammino per scoprire chi siamo. Anche a noi il Dio misterioso dice, come ad Abramo, leck leckà, vai a te stesso.
Se dedichiamo del tempo a nutrire l’interiorità diventiamo capaci di intravvedere la presenza di Dio nel quotidiano.
Possiamo incontrare il Maestro negli eventi di liberazione, quando, nella conversione, ci scopriamo capaci di non essere vittime delle nostre paure, delle nostre incoerenze, delle nostre fragilità. Alcuni, dopo una forte esperienza interiore, spalancano il loro cuore alla bellezza di Dio e si convertono, percependo un senso di liberazione dalla paura e dal dolore, dal peccato e dalla tenebra. È l’inizio di un cammino che, attraversando il deserto, ci porta al monte dell’Alleanza.

Vegliare
Siamo qui per darci un mese di sveglia interiore, per far nascere (ancora e ancora) Dio in noi.
È già nato, ovvio, altrimenti non stareste leggendo queste parole anarchiche di vangelo.
È già nato, ovvio, se avete deciso di ribellarvi ad una fede esteriore e tiepida.
È già nato, ovvio, se avete deciso di mettervi a cercare Dio.
Quello che possiamo fare è stare svegli, non lasciarci travolgere dalla follia quotidiana della vita, ribellarci al pensiero dominante per vivere la nostra interiorità come dei cercatori di Dio.
Iniziano il tempo della resistenza, dell’interiorità, della preghiera, della speranza.
Se Dio diventa uomo, ancora non si è stancato di noi.
Se Dio diventa uomo, allora l’uomo può imparare da Lui a diventare tutto uomo.
Se Dio diventa uomo, la vita merita Dio, e deve essere splendida, se solo la capissimo!
Dai, facciamolo bene questa volta, seguiamo sul serio la provocazione della Parola.
Aspettiamo Dio.

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