1. Lettura del Vangelo secondo Giovanni 1, 1-14

    In principio era il Verbo, / e il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio. / Egli era, in principio, presso Dio: / tutto è stato fatto per mezzo di lui / e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini; / la luce splende
    nelle tenebre / e le tenebre non l’hanno vinta. / Venne un uomo mandato da Dio: / il suo nome era Giovanni. / Egli venne come testimone / per dare testimonianza alla luce, / perché tutti credessero per mezzo di lui. / Non era lui la luce, / ma doveva dare testimonianza alla luce. / Veniva nel mondo la luce vera, / quella che illumina ogni uomo. / Era nel mondo / e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; / eppure il mondo non lo ha riconosciuto. / Venne fra i suoi, / e i suoi non lo hanno accolto. / A quanti però lo hanno accolto / ha dato potere di diventare figli di Dio: / a quelli che credono nel suo nome, / i quali, non da sangue / né da volere di carne / né da volere di uomo, / ma da Dio sono stati generati.
    E il Verbo si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi abbiamo contemplato la sua gloria, / gloria come del Figlio unigenito / che viene dal Padre, / pieno di grazia e di verità.

Voliamo in alto

Prego, allacciarsi le cinture di sicurezza, stiamo per decollare.
Giovanni, colpito improvvisamente da overdose di Spirito Santo, (succede a quei tali che si fidano di Dio e a cui Dio alla fine riesce a far breccia nel cuore) guarda con compassione noi vittime dell’altronatale e decide di alzare il nostro livello di riflessione peraltro bassino. Siamo onesti: la conoscenza media della fede del cristiano medio in Italia è piuttosto deludente.
Bastano e avanzano le quattro nozioni imparate a catechismo e le qualche frasi captate d’ogni tanto alla predica. Splendido! Non bisogna stupirsi del grande proselitismo che fanno i nostri fratelli musulmani…
A parte il piglio polemico del sottoscritto, stanco di vedere cristiani demotivati e tiepidi, Giovanni, che ha l’abitudine di volare in altro, in questi versetti sintetizza tutto il mistero dell’incarnazione del Natale.
Tutto significa tutto: perché Dio c’è, chi è Gesù, chi siamo noi, dove stiamo andando, come finisce il libro della storia.
E lo fa con uno sguardo ampio, con un respiro cosmico.
Cosmico, capite? Non legato alla sua situazione, alla sua esperienza, ai suoi problemi eccetera.
Già questo ci indica una strada. Se – talora – la nostra vita ci va stretta, non sarà magari perché siamo tutti chiusi nel nostro guscio e incapaci di uscire da noi stessi, di alzare lo sguardo verso Dio?
Cosmico significa al di là, dentro, capire cosa ci sto a fare, dove va il mondo, perché le cose siano, dov’è la verità.
Dio, dice Giovanni, esiste da sempre.
Dio, dice Giovanni è tutto, è la pienezza.

E ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui ed è presente un frammento della sua gloria in ogni cosa.
Insomma: teologia allo stato puro, emozioni forti, se solo sapessimo ancora averne, leggendo la Parola.
Leggo, poco convinto, e mi fermo subito.
Merito della nuova traduzione della CEI.

Cambiamenti
Giovanni scrive il suo prologo alla fine del suo vangelo, come se fosse un riassunto di tutta la sua predicazione. E ho sempre usato, negli anni scorsi, una frase di fortissimo impatto che ho mandato a memoria e che, dal mio parziale e discutibile punto di vista, dice bene cos’è il mistero del natale (non la farsa del natale che ne abbiamo fatto).
Giovanni dice così: la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.
Chiaro, forte, immediato, devastante.
Non c’è molto da celebrare a natale, ma da convertirsi e pentirsi.

L’umanità non ha rivolto una grande accoglienza alla prima venuta di Dio.

C’è poco da festeggiare, insomma, quasi come se si imbastisse una festa in ritardo.
Natale è dramma: Dio viene e l’uomo non c’è.
Pochi si accorgono, ancora meno lo accolgono: Maria e il suo amatissimo sposo, i pastori, i magi, Simeone e Anna la profetessa. Fine dell’elenco.
Ecco perché i fratelli orientali osano dire ciò che noi, pudicamente, omettiamo: nelle icone della natività il bambino è adagiato in una tomba. È già il mistero di contraddizione, è già il crocefisso (non per niente i magi portano la mirra per imbalsamare i cadaveri…) questo bambino.

Poche dolcezze e smancerie, pochi sussulti davanti a questo infante ma scelta, schieramento, riflessione.
Bello.
Ma, nella nuova versione, c’è una nuova sfumatura.

Vittorie
“La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.”
Bella storia. In questa nuova traduzione si sottolinea non il rifiuto delle tenebre, ma l’ostinazione e la forza della luce.
Dio insiste, Dio non si da per vinto, Dio esagera, alza il tiro, offre una soluzione, si dona ancora e sempre. Bello, bellissimo.
Se fossi Dio mi sarei già stufato da un pezzo dell’umanità, credetemi.
E invece no, Dio insiste, Dio non cede, Dio vince.
Amica che sei nelle tenebre della depressione: le tenebre non vincono.
Amico prete travolto dalla fatica dell’apostolato e dalla solitudine: le tenebre non vincono.
Fratelli che cercate di portare un minimo di logica evangelica nella vostra azienda passando per fessi: le tenebre non vincono.
Discepoli che portate la logica della pace e della dignità umana nelle discariche del mondo dimenticate da tutti: le tenebre non vincono.

Figliolanza
A chi accoglie la luce Dio dona il potere di diventare figlio di Dio, scrive Giovanni il mistico.
Io sono figlio di Dio. Non m’importa essere altro.
Né premio Nobel, né grande star.
Sono già tutto ciò che potrei desiderare.
Solo che corro dietro a mille sogni e a mille chimere pur di ricevere compiacimenti e approvazione.
Ma sono già figlio. Solo che non lo so. O non lo vivo.
Natale è la presa di coscienza della mia figliolanza, della mia dignità, del fatto che Dio si racconti e che sia splendido.
Ecco, fine, chiudiamo il cerchio.
All’inizio dell’avvento dicevo: non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce.
Gesù è già nato, ha svelato il volto di Dio, è morto e risorto, ha salvato il mondo, ogni uomo.
È che il mondo non lo sa.
Gesù è nato, a noi – ora – di nascere alla fede, infine.

Paolo Curtaz

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