1. Lettura del Vangelo secondo Matteo 5, 33-48

    In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.

    Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

    Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Osare

Siate santi perché io sono santo.
Così Dio dice al popolo che si è scelto.

E solo in questa prospettiva siamo in grado di prendere sul serio la pagina delle beatitudini e il successivo lungo e impegnativo discorso della montagna. È veramente possibile vivere il paradosso del vangelo? È veramente proponibile questo stile di vita?

Questo tempo fra Natale e la Quaresima ci obbliga, quest’anno, a riflettere sul fatto, come ci dicevamo nelle scorse settimane, che non è possibile ridurre la fede cristiana a una serie di comportamenti, ad una morale. Peggio: la morale cristiana, senza Cristo, è immorale, perché impossibile.

Ma se la prospettiva in cui ci mettiamo è l’imitazione del Padre, allora la cosa cambia, radicalmente.

Divento capace di amare fino all’inimmaginabile, perché così sono amato da Dio.

Non perché mi sforzo, non perché sono un eroe, ma perché sono consumato dalla presenza, perché l’incontro con Dio mi ha cambiato nel profondo.

Occhi e denti

Il proverbio “occhio per occhio e dente per dente”, che a noi sembra barbaro e primitivo, in realtà era una forma di moderazione, di misura: la reazione doveva essere proporzionata al danno, all’offesa.

Se ci guardiamo attorno, già solo questo sano principio fisico aiuterebbe non poco l’umanità a orientarsi verso la giustizia: quante volte la reazione è sproporzionata, abnorme. E senza andare a cercare le grandi relazioni internazionali, pensiamo ai rapporti in famiglia, in ufficio, in auto: un piccolo gesto, una parola di troppo, scatena una reazione eccessiva, uno scatto d’ira.

Eppure Gesù propone al discepolo di osare di più, di andare oltre, di non opporsi al malvagio.

Intendiamoci: se un pazzo sta accoltellando mio figlio lo difendo ad ogni costo ed è bene che lo faccia.

Ma, in determinate occasioni, lo Spirito può infiammare i nostri cuori rendendoci capaci, come Cristo, di donare la vita. Certo, nel quotidiano non ci succede di rischiare la pelle (e meno male!), ma di dover scegliere se reagire ad una provocazione, sì.

E penso alle tante volte in cui mi sono trovato nella condizione di reagire in malo modo, di assecondare la stanchezza o l’irritazione e di prendermela con qualcuno e mi sono sentito la parola del vangelo salirmi dal cuore.

La storia, da Santo Stefano e Francesco, da Gandhi ai tanti testimoni dell’oggi, ci dice che la pace vissuta con profondità può scardinare le logiche violente del mondo.

Amore e preghiera

Era normale, al tempo di Gesù amare e perdonare, era previsto e predicato dai rabbini. Ma l’amore e il perdono erano ristretti al popolo di Israele. Il nemico andava odiato. Allora capiamo la follia della predicazione di Gesù, che sovverte l’ordine: amare chi ti ama non è opera meritoria, pregare per chi ti è nemico, augurargli la conversione, non la morte, significa imitare il Padre. E il Figlio, che sulla croce perdona i suoi assassini.
È normale trovare antipatico chi ci contrasta.

È evangelico scegliere di passare sopra alle antipatie per trovare ciò che unisce.

È normale difendere le proprie cose, il proprio territorio, la propria famiglia.

È evangelico scegliere il dialogo, il confronto, la conoscenza reciproca per farlo.

È normale che d’ogni tanto la parte oscura che c’è in noi emerga.

È evangelico lasciare che la parte luminosa sconfigga la parte peggiore di noi.

Se essere cristiani non cambia le nostre scelte, se non cambia la nostra vita, le nostre reazioni, significa che il Vangelo non ha davvero arato il nostro cuore.
Gesù è asciutto e diretto, chiede tanto perché dona tanto.

Non vuole che i suoi discepoli siano all’acqua di rose, bravi ragazzi insipidi e anonimi, ma uomini e donne capaci di dire chi è veramente Dio, di chi può essere davvero l’uomo.

Perfetti

E Matteo conclude: imitate il Padre, imitate Dio, siate perfetti come lui.

Non in uno sforzo impossibile, ma nell’accoglienza dell’opera di Dio in noi.

Ma la cosa che mi ha sempre incuriosito è il fatto che Luca, riprendendo questo testo, decide di apportare una correzione: siate misericordiosi, dice, come è misericordioso il Padre vostro.

Aveva paura, Luca, dei cristiani che pensano di essere migliori, che diventano professionisti della fede, neo-farisei, giusti ed ipocriti.

La perfezione di Dio consiste nella sua misericordia, nel guardare col cuore alla nostra miseria.

Imitiamo il Padre quando vediamo nel violento una scintilla di bontà da far crescere.

Imitiamo il Padre quando guardiamo al lato luminoso della realtà e delle persone. E di noi stessi.

Imitiamo il Padre quando è la compassione a prevalere.

Paolo Curtaz

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