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Discepoli così

Lo Spirito. La Trinità. L’eucarestia.

Quante pagine dense della fede abbiamo vissuto in queste ultime settimane, chiudendo col botto l’intenso tempo pasquale.

Scuola finita, vacanze programmate, le parrocchie che riescono organizzano l’oratorio estivo o il Grest o Estate ragazzi, le persone cominciano a disertare la celebrazione festiva, i cori che animano la liturgia chiudono per ferie fino a settembre…

Ma la Parola non va in vacanza. Mai.

Dio ancora la semina nei nostri cuori, giorno per giorno, lascia che attecchisca, che germogli, che cresca, che fiorisca, che porti frutto.

E, riprendendo dopo una lunghissima parentesi, la lettura del vangelo di Luca, in questo tempo ordinario che non ha nulla di ordinario (vi sembra ordinario che Cristo sia per sempre in mezzo a noi?), ci fermiamo a riflettere su cosa significhi essere discepoli.

Chi è cristiano? Cosa ci caratterizza? Cosa ci rende discepoli sul serio?

Nel tempo sempre più torbido e irritato che stiamo vivendo, anche l’identità cristiana viene messa in discussione. Si sposta perniciosamente l’ago della bilancia a secondo dell’umore elettorale, delle simpatie politiche.

Il credente difende il cattolicesimo in Europa o accoglie i migranti?

Che idioti.

Essere discepoli è enormemente di più dell’avere delle opinioni…

Il desiderio del Maestro

Gesù non è un rabbì bramoso di discepoli, né abbassa il tiro per raccogliere la folla, né cede a compromessi per suscitare consensi: diversamente dai guru di ieri e di oggi non desidera essere famoso, né di avere attorno a sé folle plaudenti, né essere votato, né avere tanti like sul profilo, né comandare.

È libero, vertiginosamente libero.

Intensamente libero.

Egli vuole solo annunciare il Regno, mostrare lo splendido e inatteso volto del Padre. Anche quando questo costa fatica e sangue.

Contrariamente a quanto avveniva con i rabbini del suo tempo, Gesù non si fa scegliere, ma sceglie i discepoli e pone loro condizioni tutt’altro che scontate…

Fermezza

Le condizioni per diventare discepoli di Gesù sono motivate dal livello della sfida: egli vuole discepoli disposti a mettersi in gioco totalmente, non soltanto nel momento mistico della vita.

La pagina di oggi è introdotta dal fatto che Gesù risolutamente s’incammina verso Gerusalemme, luogo dove l’annuncio del Vangelo verrà messo alla prova. Dove, già lo intuisce, lo scontro potrebbe portalo alla morte. Gesù indurisce il volto, assume pienamente la sfida: si incammina senza indugio verso la città che uccide i profeti, che massacra ogni opinione, che annienta ogni novità creduta pericolosa.

Cammina risolutamente verso le nostre città.

Gesù è disposto a morire per raccontare il vero volto di Dio.

Dai suoi discepoli pretende la stessa convinzione.

Attenti ai mistici

Una convinzione, però, che non può mai diventare violenza, anche solo verbale, anche per una buona causa. La sconfortante figuraccia di Giovanni, il mistico, ammonisce i fratelli che, nel percorso di fede, hanno avuto la gioia di sperimentare la dolcezza della preghiera e della meditazione, del silenzio e della contemplazione, raggiungendo vette spirituali non abituali.

L’avere ricevuto enormi grazie non ci mette al riparo da clamorosi errori, tanto peggiori quanto motivati da presunte rivelazioni interiori.

Il discepolo è un amante della pace, un pacifista pacificato, uno che sa che la scelta del Vangelo è – appunto – una scelta, uno che sa valutare il fallimento del proprio annuncio nella paziente logica del Vangelo.

Non basta una bella esperienza di fede per avere un cuore convertito, né un’intensa vita di preghiera per non cadere nel rischio del fanatismo e dell’intolleranza.

Quante volte misuriamo la nostra pastorale dai risultati, convinti, in teoria, che ciò che a noi è chiesto è solo di seminare, depressi, in realtà, se non ne raccogliamo i frutti.

Quante volte, anche noi, invochiamo serene disgrazie su questo mondo che rifiuta il Vangelo (o, piuttosto, rifiuta il nostro modo di annunciarlo?). Dio non sa che farsene di discepoli (santamente) vendicativi.

I discepoli

Il discepolo che segue colui che non ha dove posare il capo, non cerca Dio per placare la propria insicurezza. Tanti, troppi cristiani, hanno un rapporto con Dio intimista e rassicurante, si rivolgono a Dio per avere certezze, fanno della propria fede una cuccia, un nido, sono spaventati dal “mondo”, che vedono sempre come un luogo pieno di pericoli, non escono dalla propria parrocchia, dal proprio movimento, perché intimoriti da una logica anti-evangelica che non riescono ad accogliere con serenità e criticità.

Il Maestro Gesù, invece, non ha dove posare il capo, non ha un comodo nido in cui nascondere i propri discepoli.

Il discepolo che segue il Signore della vita, colui che è più di ogni affetto, più di ogni relazione, più di ogni emozione, chiede di ridimensionare anche i rapporti famigliari, di appartenenza al clan, nella logica del Vangelo, sapendo che anche l’amore più assoluto, più intenso è sempre e solo penultimo rispetto alla totalità assoluta di Dio.

Perciò il discepolo di Gesù abbandona i sentimenti mortiferi, le relazioni all’apparenza splendide ma che, a volte, nascondono ambiguità e schiavitù.

Gesù sa che i rapporti di discepolato, talora, sono più intensi e veri degli stanchi rapporti famigliari. E ci invita a lasciare i morti seppellire i morti e a giocare la nostra vita nella totalità del dono di sé.

Il discepolo che segue Gesù, sempre proteso al futuro, non resta inchiodato al proprio passato, non resta tassellato alle proprie abitudini, non si nasconde dietro il “si è sempre fatto così”, guarda avanti, punta la fine del campo, è più attento a tenere in profondità l’aratro che a verificare ciò che ha fatto, voltandosi indietro. Ci si volta indietro per guardare se siamo andati diritti. Per giudicare noi stessi e  gli altri. Illusi: la vita è fatta a zig-zag.

Troppe volte le nostre comunità sono più preoccupate a conservare, che a far vivere il Vangelo. Troppe volte la logica soggiacente alle nostre scelte di Chiesa è quella della tutela di un privilegio, del mantenimento disperato di uno status quo che, però ci allontana dal Maestro.

Così

Un po’ urticante, lo ammetto.

Ma vero e autentico. Gesù è così esigente perché vuole uomini e donne autentici, non animali impauriti da sacrestia o evangelizzatori fanatici. Uomini e donne riempiti dalla gioia della ricerca, dal fascino del Rabbì, che mettono le proprie energie a servizio del Regno.

Ecco, essere cristiani è qualcosa del genere.

  1. LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

    Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

    Dal Vangelo secondo Luca
    Lc 9,51-62

    Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
     
    Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
     
    Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
     
    A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
     
    Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

    Parola del Signore

    Fonte: La Sacra Bibbia




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