1. Lettura del Vangelo secondo Giovanni 17, 1b. 20-26

    In quel tempo. Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

    E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.

    Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.

    Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Il sogno di Gesù per i suoi discepoli è l’unione dei cuori, l’unità.

Nella storia della Chiesa e nella concretezza della nostra vita parrocchiale, verifichiamo come questa unità per cui Gesù prega è difficile. Se, da una parte, l’unità è realizzata e diventa testimonianza (penso ad esempio alla gioia di girare il mondo e di trovare, a latitudini diverse, fratelli che credono nel medesimo vangelo), d’altra parte la fatica del nostro uomo vecchio si fa sentire, anche nelle nostre comunità.

Unità non significa omologazione, né obbedienza alle direttive del partito, ma accettazione della diversità, uniti nell’unico vangelo.

Dovrebbe essere davvero così: nella feconda diversità che ci contraddistingue, di stili, di carattere, nessuno deve imporre agli altri il proprio modo di vivere la fede, ma deve esserci, sempre e al di sopra di tutto, l’amore che spinge all’unione dei cuori.
Ed è bello che nelle nostre comunità ci siano tante differenze perché, come ricordava magnificamente Papa Giovanni, la Chiesa è come la fontana del villaggio cui tutti si possono abbeverare.

Una delle più grandi tentazioni dei cristiani nella storia è quella di fuggire il mondo, di costruire un mondo a immagine e somiglianza del proprio pensiero, di forzare la politica e la società al vangelo oppure di andarsene, di fondare città ideali ispirate al vangelo, luoghi profetici che ci contrappongano alla follia della contemporaneità.

Ma il Signore Gesù non la pensa così: ci è chiesto di restare nel mondo, di fecondare il mondo, di amarne gli aspetti luminosi, sapendo, però, che la mentalità mondana può diluire il vino buono del vangelo fino a renderlo insapore.

Ci è chiesto, in questo mondo, di diventare modelli di unione e di unità nella diversità.

Ci è chiesto di restare in città, di fecondare la quotidianità, di far lievitare con l’amore la pasta della storia.

Perciò Gesù prega perché siamo preservati dalla parte oscura della realtà, dal maligno.

Per restare costantemente orientati al Signore dobbiamo fare spazio in noi alla verità, all’autenticità che deriva dall’accogliere la Parola di Dio.

Facciamo in modo, allora, che la Parola di Dio dimori abbondantemente tra noi, affinché possiamo restare nel mondo con semplicità dando testimonianza al Vangelo. Sia oggi il nostro impegno, in ufficio, in casa, a scuola, perché il mondo creda e credendo, abbia la vita.

Paolo Curtaz

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