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La Chiesa - 1

Con oggi iniziamo il discorso ecclesiale, che ritengo essere una delle riflessioni più importanti per noi. Riusciremo a sperimentare l’anelito profondo che Gesù ha di costruire questa comunità di credenti, un po’, se volete, il suo sogno segreto. È un’esperienza straordinaria, quella di scoprirsi chiesa: uomini e donne di tempi diversi, di culture diverse, di mondi diversi, che fanno la stessa identica esperienza di Dio. Vogliamo leggere e commentare per intero questo capitolo, per poter verificare come mi situo io rispetto al sogno di Dio che è la Chiesa, se, cioé, mi ritrovo o se vivo con un’idea di Chiesa lontana dalla realtà dal vangelo la qual cosa, credetemi, è immensamente più diffusa di quanto non sembri!
Troppo spesso identifichiamo la Chiesa con la piccola esperienza che ho avuto: quel parroco lì, il mio oratorio, la mia catechista. l microcosmo in cui viviamo viene dilatato fino a identificarlo con la Chiesa. Che ridere! In più, ed è diffusissimo, ci facciamo qualche idea della Chiesa a partire da quotidiani e settimanali che brillano per la loro evangelicità e finiamo col dare credito a prospettive parziali o distorcenti di una realtà che, senza la fede, risulta incomprensibile. Il dubbio che nasce, alla fine dei conti, è che non crediamo ad un’immagine di Chiesa che emerge dagli stereotipi del mondo contemporaneo ma che, in realtà, della Chiesa reale non ne sappiamo nulla.
Vedremo, ed è innegabile, che la Chiesa sperimenta la propria caducità, la propria miseria, perché composta da uomini che sbagliano. Ma un conto è tenere conto di questa fragilità, un conto è non vedere che questa fragilità!
Che idea mi sono fatto della Chiesa? Che esperienza ne ho avuta? Io, da parte mia, vi confesso che ne sono appassionato, rapito, che ho dovuto anch’io passare dalla falsa immagine che ne avevo al colpo d’ala dello Spirito che me ne ha rivelato l’intima bellezza e ora, lo confesso, ne sono innamorato. Ma, perdovuto capire, studiare, leggere la storia della Chiesa, uscire dalla mia Parrocchia, girare il mondo. E vedere con crescente stupore, questo Cristo che seduceva i cuori di uomini e donne così diversi eppure accomunati dalla stessa speranza. Questo, e solo questo è Chiesa.
Ma, certo, occorre lo sguardo della fede per accorgersene. Un bel proverbio cinese dice: “quando il saggio indica la luna, lo sciocco vede il dito.” Non sarà un po’ così anche per noi?

Un cuore puro da bambino (18, 1-5)
“Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (18,3)
Il discorso sulla chiesa inizia così, perentoriamente. Per iniziare questo discorso abbiamo bisogno di un cuore di bambini, di uno sguardo pulito, di mettere tra parentesi le montagne di pregiudizi che ci impediscono di vedere la Chiesa veramente com’é ... Ricordate ciò che diceva il nostro caro Berlicche?
“Uno dei nostri grandi alleati al presente è la stessa Chiesa; non fraitendermi: non intendo alludere alla Chiesa come la si vede espandersi attraverso il tempo e lo spazio e gettare radici nell’eternità, terribile come un esercito a bandiere spiegate. Confesso che questo è uno spettacolo che rende nervosi i nostri diavoli più ardimentosi, ma fortunatamente essa è del tutto invisibile a questi esseri umani.”
La Chiesa così com’è, non come ce l’immaginiamo o come la vediamo. la Chiesa santa e sempre da riformare, “casta meretrix” come i padri dicevano: casta prostituta. Casta e santa perché di Cristo. Prostituta e da riformare perché fatta da uomini.
Per fare questo salto, ripeto, dobbiamo avere un cuore da bambini, guardare dal di dentro la peculiarità della Chiesa. Fogazzaro, nella trilogia “Piccolo mondo antico”, nel libro “Il santo”, fa fare un discorso al personaggio principale che incontra il papa. E gli dice:
“Molti mi chiedono di abbandonare la chiesa; perché colma di contraddizioni e di incoerenze. Sarebbe come chiedermi di rinnegare mia madre solo perché indossa un vestito vecchio. No: occorre cambiarle vestito, ma non per questo la amo di meno.”
Questa riflessione mi ricorda il povero don Milani, prete a Barbiana, prte un po’ “contestatore”, avanti con i tempi, eppure profondamente legato alla chiesa. A chi gli suggeriva di andarsene, di smettere il suo ministero, di abbandonare la chiesa per dedicarsi al servizio nella società e nella politica, rispondeva: “Come potete chiedermi di abbandonare colei dalla quale ricevo il perdono di Dio nella confessione?”
Che fede quest’uomo! E già ci apre alla comprensione del mistero: Dio desidera la chiesa, lotta per lei, la purifica. C’è da divertirsi a leggere la storia della chiesa: appena gli uomini rovinavano il progetto di Dio, ecco che subito lo Spirito Santo faceva nascere due o tre santi che iniziavano la riforma! Pensate a Francesco. In quel momento della Chiesa, insieme a Domenico da Guzman, aveva un’influenza spirituale pazzesca. Avrebbe potuto servirsene per fondare una nuova chiesa, come gli albigesi e i catari stavano facendo. E invece no, da dentro riformò la chiesa, a partire da se stesso.
Se avete questo cuore libero, allora, possiamo davvero iniziare a camminare per vedere chi è veramente la chiesa. Cos’è dunque, questa chiesa?

Un popolo di cercati (18,12-14)
“Che ve ne pare? Un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una; non lascerà forse le 99 sui monti per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.”

Il sogno di Dio, la Chiesa, è un popolo di cercati, di persone che fanno l’esperienza dell’essere torvati e ricondotti all’ovile della verità e dell’amore, proprio come la pecora della parabola. La Chiesa è un popolo di perdonati, di peccatori ritrovati. Gesù ci dice:”Hai un cuore di bambino? Lasciati ritrovare, lasciati portare sulle spalle.” Attenti al rischio del sentirsi come le altre 99 pecore che aspettano all’ovile. Attenti all’atteggiamenti ipocrita di chi, di fronte a Dio, non ha nulla da chiedere, nulla da scusare. Se togliete Cristo, la Chiesa non ha senso di esistere. Se togliete la sua passione, il suo progetto, il suo sogno, la Chiesa non si può spiegare. Chi di noi avrebbe scelto quei dodici? Chi di noi, al posto di Dio, avrebbe corso il rischio di vedere il proprio messaggio di vita stravolto dalla miseria degli uomini? Dio avrebbe potuto scegliere migliaia di modi per stare in mezzo a noi. Modi più accessibili, più immediati, di presentarsi all’umanità, di restare presente, di consigliare. Che so: magari attraverso un net-work costrito “ad hoc” ... No: Dio sceglie di stare in mezzo a noi attraverso il volto quotidiano, banale, mdiocre degli uomini, di questi uomini che compongono la chiesa. Tutto ciò accade in perfetta sintonia con la logica dell’incarnazione, per dirci ancora una volta che l’umanità è benedetta, che benedetto è il nostro agire, il nostro vivere sulla terra.

Un popolo che si fa carico (18,15-18)
“Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni; se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea e se non ascolterà neppure l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano”

Il sogno di Dio è un popolo di cercati, un popolo che si fa carico gli uni degli altri, la “prise en charge.” Rifletteremo poi sul rischio di esprimere giudizi, sul fatto di costruire cappotti addosso agli altri, magari con entusiasmo cristiano. Per ora riflettiamo sul rischio di disinteressarci gli uni degli altri, di vivere appartati, di non volere avere guai, di elaborare contratti taciti per cui io non ti disturbo ma tu, per cortesia, non mi disturbare ... Ho ricevuto in questi giorni la fotocopia di una lettera che un mio amico prete francese ha indirizzato ai suoi liceali all’indomani dell’ennesimo suicidio (due in tre mesi). E’ un atto d’accusa contro l’ipocrisia degli adulti che si rifiutano di vedere la solitudine e il vuoto dei giovani, un’impressionante serie di “assez!”, “basta!”, buttato in faccia al mondo degli adulti. Mi raccontava come il preside l’abbia preso da parte pregandolo di non creare allarmismi. Al secondo suicidio! In questa lettera aperta Vincent dice: “Basta nascondere le proprie paure dietro alla parole “libertà”, per cui tu sei libero di fare ciò che vuoi solo perché io non so dirti come fare altrimenti! E concludeva aprendosi alla speranza, indicando il senso nell’Amore incarnato che è Dio.
Questa è la correzione fraterna: vedere la fragilità e farsene carico, senza nasconderla in una presunta e ipocrita libertà di azione. A risposta dell’inquietante vuoto che ci circonda, occorre reagire con una professione di fede chiara, fiduciosa, in Dio e nell’uomo. Ma, lo sapete, noi cristiani non dobbiamo mai esprimere giudizi. Sapete di ciò che è successo in questi giorni: in Inghilterra 3300 embrioni fecondati sono stati “scongelati”, perché sono passati i dieci previsti per l’utilizzo. Tremila futuri bimbi uccisi perché “scaduti”, come lo yogurt. E non dobbiamo urlare in faccai a questa umanità queste follie? Dobbiamo tacere, dire rosari e non rompere? No, scusate, correzione fraterna siginifica dire la Verità, con tutto rispetto per chi sbaglia. Papa Giovanni diceva: occorre odiare il peccato amando il peccatore.”
Nulla: il nostro mondo non sa cosa dire, dove indirizzare. A scuola un ragazzo ha un problema e nessuno se ne prende cura, scherziamo? Ci vuole lo psicologo, e così nessuno educa, nessuno indirizza.
Gesù sogna una comunità che si fa carico, senza giudizio, con discrezione. La difficoltà ( e dobbiamo invocare lo Spirito che ci aiuti) è di aiutare senza invadere, senza fare violenza alla libertà e alle scelte altrui, ma essere vicini, essere disponibili.

“In verità in verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra, sarà legato anche in cielo.” (Mt 18,18)
E questo da dove viene? Pare proprio che Gesù si riferisca alla vecchia e bisfrattata confessione! Che, come vedete, non è proprio un’invenzione dei preti ...

La preghiera: il pilastro (Mt 18,19-20)
“In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualcunque cosa, il Padre mio che è nel cielo gliela concederà, perché dove sono due otre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.”

Sì, amici, il pilastro della Chiesa è la preghiera, che è il respiro dell’anima. Sentite la bella pagina di Lewis:
“Mio caro Malacoda, la proposta da dilettante che appaiono nella tua ultima lettera, mi suggeriscono che è ormai tempo che ti scriva esaustivamente sul penoso argomento della preghiera. Avresti potuto fare a meno di dire che il mio consiglio relativo alle sue preghiere per la madre, si è dimostrato singolarmente sfortunato. Questo tuo modo di fare rivela un desiderio spiacevole di scaricare le responsabilità. La cosa migliore, se fosse possibile, sarebbe di tenere il paziente lontano da qualsiasi seria intenzione di pregare. Quando il paziente è un adulto convertito da poco al partito del nemico, come il tuo giovanotto, la cosa migliore è di incoraggiarlo a pensare che il suo modo di pregare ricorda il modo pappagallesco con il quale pregava quand’era bambino. Come reazione a ciò, lo si potrebbe persuadere a tendere a qualcosa che sia del tutto spontaneo, interiore, non formalistico, non regolarizzato; ciò, per un principiante come lui, significherebbe di fatto uno sforzo per produrre in se stesso un umore vagamente devoto, in cui non avrebbe parte alcuna la vera concentrazione della volontà e dell’intelletto; questa preghiera spontanea rappresenta una somiglianza superficiale con la preghiera del silenzio praticata da quelli che sono assai progrediti nel servizio del nemico; pazienti, intelligenti e pigri possono venire irretiti da un tal genere di orazione per un tempo considerevole. Almeno, li si può convincere che la posizione del corpo non ha influenza alcuna sulle loro preghiere, poiché essi dimenticano costantemente ciò che tu devi sempre ricordare, vale a dire che sono animali e che , qualcunque cosa i loro corpi facciano, incide sulle loro anime. E’ buffo che i mortali ci rappresentino sempre com esseri che mettono loro in testa questa o quella cosa; in realtà il lavoro migliore per noi diavoli è convincerli a tenere le cose fuori alla loro testa.”
Berlicche ci ammonisce: a identificare la preghiera con il sentimento, a verificarne l’efficacia con l’immediatezza del risultato, facciamo un gran favore al padre loro laggiù negli inferi! Gesù, inoltre, ci chiede di accordarci per pregare insieme, per metterci d’accordo nel chiedere. Ma, notate non si scrive: “senza distrazioni, con sentimento ....” No; c’è scritto: pregate. E basta. Il pilastro della Chiesa è la preghiera, questo lento mormorare interiore che ci pone di fronte a noi stessi e a Dio, questo soffio dello Spirito che ci permette di vivere alla presenza di Dio. La preghiera è incontro comunitario con il Signore e l’Eucarestia, lo vedremo, è il momento più alto e intenso di questo incontro collettivo e comunitario. Questo incontro collettivo, questa intesa di animi, ci spinge a perdonare.

Un popolo di perdonati (18,21-22)
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù rispose: non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.”

La Chiesa è una comunità di perdonati. La proposta di Pietro è già in sé sconcertante. Immaginatevi un tale che vi viene a chiedere scusa perché ha sparlato di voi. Lo perdonate con un sorriso. Dopo dieci minuti torna dicendo che ha di nuovo sparlato dietro. Non vi sentite un po’ presi in giro? Pietro è generoso, fa un bel gesto. Diceva il priore di Taizé, frère Roger Schutz: “Non si perdona mai perché siamo migliori; non si perdona mai perché l’altro cambi in conseguenza al mio perdono. Si perdona solo perché siamo stati perdonati da Cristo.” Non sentiamcoi buoni se abbiamo perdonato, né offesi se l’altro non sa che farsene del nostro perdono. Viviamo, però, un perdono incarnato, proporzionato. Alla persona che mi ha violentemente ferito, il mio perdono sarà proporzionato alla condizione in cui sono. Proprozionato non significa “vincolato”: “Ti perdono ma questa me la segno.” No: in certe situazioni, però, sarà già un grande perdono non augurare il male. Cito spesso una preghiera che ho sentito pronunciare in Brasile da una povera donna delle favelas a cui gli squadroni della morte avevano rapito, torturato e ucciso due figli: “Signore fammi vendetta: converti il cuore di chi ha ucciso i miei figli.”
Un’ulteriore riflessione: siamo disposti a ricevere il perdono degli altri? Perdono significa prendere coscienza dei nostri limiti e, perciò accettare quelli degli altri.
La Chiesa non è il popolo dei perfetti, dei coerenticosti quel che costi, degli immacolati, ma dei perdonati. Quando mi si viene a dire: quel tale si comporta così e così. A me lo venite a dire? A me che confesso da sette anni? Volete davvero una Chiesa di perfetti? Non è quella di Cristo. Pietro conosce il peso del peccato, del tradire, e dell’essere perdonato, perciò può confermare la fede dei fratelli. Benedetto Pietro e gli altri apostoli, così fragili, così veri, così simili a noi!
Se incontrate una suora un po’ acida, una catechista un po’ scostante, un prete poco casto, è segno che stiamo ancora camminando! Se capissimo questo, se capissimo il perdono ... All’inizio dell’eucarestia ci percuotiamo il petto dicendo che siamo peccatori. Quando scopriamo che uno lo è davvero ci scandalizziamo. Di cosa? Ipocriti!
Sappiamo rifiutare e condannare il peccato, ma amare e capire il peccatore, come dicevamo più sopra.

Perdonanti perché perdonati
Matteo conclude il suo sogno con la parabola dei due debitori: uno deve 10000 talenti (cioé 10000 giornate di lavoro, 30 anni!) e il padrone glielo condona. L’altro deve al primo poche migliaia di lire e viene sbattuto in galera. Il Signore ci chiama a renderci conto della misura infinita con la quale abbiamo ricevuto, con la quale siamo stati perdonati, cambiati, sconvolti.

Ecco la Chiesa: un popolo di cercati, che si fa carico, che prega, che, perdonato, sa perdonare. Il resto è di più coreografia. Ricordate l’episodio della tempesta sul lago citato in Marco? Gesù dorme sulla barca, mentre gli apostoli si affannano nel lago in tempesta. Non so cosa ne pensiate voi: sicuramente possiamo stare sulla riva a deridere l’imperizia dei marinai, trovando tutti i difetti della Chiesa. Io preferisco stare sulla barca, a remare, perché se anche alle volte la barca fa acqua e sembra che Cristo dorma, io so che sulla barca che è la Chiesa, c’è Cristo. E scusate se è poco!

(da “Il Gesù di Luca e di Matteo”, appunti, 1997)

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