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Omelia Ambrosiana

26/07/2015


NESSUNA VOCE DI MENU SELEZIONATA

Lettura del Vangelo secondo Marco 8, 34-38
In quel tempo. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, il Signore Gesù disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi».

Commento:

Come Dio ama

Molti, tra noi, hanno un pensiero nascosto, una strana invidia nei confronti di Dio.

Dio è amore, è grande, è splendido, incommensurabile, onnipotente e tutti gli “onni” che ci vengono in mente. La nostra vita, invece, è faticosa, la cosa che più temiamo è la sofferenza, quindi Dio è alieno alla sofferenza (beato lui!) speriamo ci preservi dal dolore.

Dio è il perfetto bastante a se stesso, l’imperturbabile, il sommo egoista, beato lui.

Diventando suoi discepoli, speriamo che ci appiani la strada...
Dio non la pensa così.

Gesù soffre per la dura reazione dell’umanità verso di lui, verso l’inattesa reazione del suo popolo al suo messaggio, e intravvede un ultimo gesto totale, un’ultima possibilità: le parole non sono bastate, né i segni prodigiosi, né la tenerezza, forse occorre consegnarsi, compiere il gesto paradossale della morte in croce.

E noi obbiettiamo: no, non questo, non ci piace un Dio che soffre, non vogliamo un Dio che non sia trionfante e glorioso. Ma come, lui può evitare la sofferenza e invece l’abbraccia?

Poveri noi, quando capiremo la terribile semplicità dell’amore di Dio? Quando passeremo dall’idea che la sofferenza è male all’idea che a volte la vita è dono e donare chiede sofferenza?
Dio non ama la sofferenza, sia chiaro.

Ma – talora – compiamo gesti che comportano una rinuncia, una morte, e la sofferenza diventa misura dell’amore. Così il dolore del parto necessario a dare luce ad un bimbo, il corpo affaticato che arrampica la vetta, la notte insonne della madre che allatta il neonato.

Allora cambiamo idea, guardiamo l’amore, non il dolore, restiamo stupiti dalla serietà dell’amore di Dio che non resta sulla barca solo quando tutto va bene, ma che è disposto a mettersi in gioco, a donare tutto!

Ecco: il discepolo, come il Maestro, è chiamato ad amare fino a perdersi.

Prendere la croce e rinnegare se stessi non diventa un autolesionismo misticheggiante (come spesso è stato proposto!), ma una proposta di vita che contraddice la logica mondana dell’autorealizzarsi.

Troppo spesso il nostro mondo propone una sorta di idolatria del sé (fragile e ingenua).

Gesù propone di più: realizzi te stesso se la tua vita diventa dono, apertura, accoglienza, il paradosso del ritrovarsi “perdendosi” per gli altri.
Non so se lo voglio davvero un Dio così.

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