Nevica ancora e ancora. Stamani c’è una tregua fra due perturbazioni e ne approfitto per salire nelle ore di sole nel Parco Nazionale. Valnontey è davvero impressionante, completamente avvolta dalla neve. A occhio misuro, posata e assestata, poco meno due metri di neve.
Non fa freddo e trovo un angolo per sedermi e pregare.
Mi preparo la riflessione al vangelo, cercando di restare fedele a questo compito che voglio fare con verità e passione. Alzo lo sguardo e sono attratto da un camoscio, solo, che tenta di scendere il fianco della montagna vicino al villaggio. La neve è talmente alta che sprofonda fino al ventre. Poi, dopo qualche attimo di esitazione, spicca un faticosissimo balzo in avanti e avanza di un metro. Si ferma a prendere fiato e riparte.
Lo guardo lungamente, affascinato dalla sua costanza, addolorato perché so che, quest’anno, ci sarà una strage di animali a causa dell’inverno più rigido degli ultimi trent’anni.
Non molla, insiste.
Cinque minuti. Poi dieci. Poi venti. Avrà percorso forse cinquanta metri, ma non molla.
La sua costanza mi ispira. Lo ringrazio e invoco il suo camoscio custode (ci sarà? Spero di sì: se lo merita proprio!), spero che si salvi.
Ecco: a volte mi sento come questo camoscio, arranco e fatico per superare la neve che mi affoga. Lo faccio per cercare un po’ di cibo, per superare l’inverno, perché ogni inverno ha fine.
Oggi la Parola parla della Chiesa.

Mistero e dolore
È difficile parlare della Chiesa, siamo onesti.
Se fosse tutto e solo legato alla teologia, al vangelo, ai santi, al mistero e alla luce che l’avvolge sarebbe tutto semplice, splendente, trasparente.
Ma non è solo così. Gesù, pensando alla Chiesa, immaginando una comunità di fratelli che si mettessero a servizio gli uni degli altri, ha preso le persone che aveva davanti, colme di limiti e di difetti. E così, nella Chiesa, da sempre convive quest’intreccio misterioso e faticoso di santità e di peccato, di ali e di pesi, di luce e di ombra.
Santa e peccatrice, casta meretrix, la Chiesa è fatta di uomini e di Dio, dei nostri limiti e della sua benevolenza.
Quanto vorrei che non fosse così! Come vorrei che, io per primo, che la Chiesa fosse fatta solo di persone disponibili, coerenti, misericordiose, che pensano sempre col vangelo nel cuore.
E, invece, non è sempre così.
In me abita tutta la forza della Parola e l’esperienza di Dio.
E la contraddizione dei miei limiti e delle mie stanchezze.
Forse Dio lascia che restiamo in questa situazione di tensione interiore, di anelito, di desiderio di santità. Tutti rivolti a Lui, nella nostalgia infinita della sua presenza, potremmo montarci la testa per l’esperienza della luce divina e, allora, inciampiamo nella nostra piccola e dolorosa incoerenza.
Da questa Chiesa, a volte severa e incomprensibile, ho ricevuto Cristo.
Certo, alcune cose non mi garbano, né io garbo alla Chiesa. Ma posso ripudiare mia madre solo perché il vestito che indossa la invecchia?

Convertire la Chiesa
Marco inizia il suo racconto con un evento sconcertante: la liberazione di un indemoniato.
Dentro la sinagoga. Non fuori, né accanto: dentro.
È come se Marco dicesse: il primo annuncio che dobbiamo/possiamo fare, la prima liberazione da attuare è dentro la comunità.
Prima di guardare fuori il mondo ostile e oscuro, occorre avere il coraggio di liberare da ogni tenebra le nostre comunità.
E dalla peggiore delle eresie del nostro nuovo millennio: accontentarsi di una fede che è solo esteriorità, abitudine, cultura, conservazione. Una fede che non c’entra nulla con la vita.

Che c’entri con noi, Nazareno?
L’indemoniato è simbolo di tutte le obiezioni che c’impediscono, infine, di tornare ad essere credenti. Abita nella sinagoga, partecipa alla preghiera, professa la sua fede.
Marco, con sfrontatezza, con franchezza, come un profeta degno della promessa di Mosè, ammonisce la comunità che legge il suo Vangelo: il primo esorcismo che Gesù esercita è nella comunità, tra i fratelli.
Non esistono pericoli “fuori”, ma “dentro” di noi, dentro le nostre scelte viviamo le contraddizioni della fede, dentro le nostre comunità abita la logica tenebrosa della divisione.
L’affermazione del credente indemoniato è terribile: “Che c’entri con noi, sei venuto per rovinarci!”
È demoniaca una fede che tiene il Signore lontano dalla quotidianità, che lo relega nel sacro, che sorride benevola alle pie esortazioni, senza calarle nella dura quotidianità.
È demoniaca una fede che vede in Dio un concorrente e che contrappone la piena riuscita della vita e la fede: se Dio esiste io sono castrato, non posso realizzare i miei desideri.
È demoniaca una fede che resta alle parole: il demone riconosce in Gesù il santo di Dio ma non aderisce al suo vangelo.
Ecco tre rischi concreti e misurabili per noi discepoli che frequentiamo la sinagoga: professare la fede in un Dio che non c’entra con la nostra vita, un Dio avversario, un Dio da riconoscere solo a voce

Schiaffi
“Che c’entri con noi?”.
Il rischio, diffuso e presente nella Chiesa del terzo millennio, nel nostro occidente che crede di credere, pasciuto e annoiato, è quello di possedere una fede che resta chiusa nel prezioso recinto del sacro, di una fede fatta di sacri formalismi e di tradizioni, che però non riesce ad incidere, a cambiare la mentalità e il destino del mondo.
Una fede che non cambia la vita, i rapporti in economia, in politica, nella giustizia, è una fede fintamente cristiana.
Non basta credere: anche il demonio crede, anch’egli sa bene chi è Gesù e, proprio per questo, sa che egli è venuto per distruggere le tenebre che abitano prepotenti il nostro mondo.
Ecco la sfida che il Signore lancia alla sua Chiesa: tornare ad essere davvero credenti, finalmente discepoli.

Il sole se n’è andato. Devo rientrare perché il freddo si fa pungente.
Guardo un’ultima volta il camoscio, indeciso se avanzare o tornare sui suoi passi.
Socchiudo gli occhi e benedico il Signore per la lezione che frate camoscio mi ha dato, oggi.

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