È passata una sola settimana dalla notte di natale e la liturgia ci invita ad iniziare l’anno civile in compagnia di Maria, madre di Dio.
Una liturgia curiosa, a metà fra la necessità di “battezzare” la pagana festa del passaggio dell’anno e la voglia di ridire il mistero dell’incarnazione di Dio.
Ecco Dio, dicevamo.
Inatteso, stupefacente, diverso, inquietante, donato nella sua disarmante fragilità.
Ecco Dio, ci ripetiamo da una settimana intera, quasi scrollandoci la sensazione di intorpidimento che ci ha dato la festa natalizia. Rimessi negli armadi i panni un po’ frusti del vacchiardo Babbo Natale, digerite le (troppo) luculliane pietanze, superato (spero!) il dolore devastante di chi vive da solo (e male) ogni Natale, è tempo di lasciare spazio alla teologia: mettiamo da parte emozioni e tradizione e riappropriamoci della fede.

Dunque
Natale è uno schiaffo pacifico ai nostri pregiudizi e alle nostre convinzioni, e, preso sul serio, ci scomoda e ci obbliga a riflettere.
Siamo convinti che Dio non ci sia, che sia il grande assente della nostra modernità: davanti ai grandi drammi della natura siamo sempre pronti a far salire sul banco degli imputati Dio e scivoliamo sulle eventuali responsabilità degli uomini (violenza e guerra sono opera nostra!). I tragici fatti di queste ultime ore in Terra Santa, ci riportano alla verità e alla responsabilità dell’uomo, capace di crearsi un inferno in terra, fosse anche terra benedetta dalla presenza di Dio. La violenza e l’incomprensione non sono segno dell’indifferenza di Dio, ma conseguenza del nostro tenerlo fuori dai nostri giochi, lontano dalle nostre logiche di potere e di dominio.
Natale, invece, dice che non è Dio ad essere assente, ma che è l’uomo il grande assente della Storia. Eterno adolescente, come Adamo che si nasconde da Dio che lo cerca, l’uomo fugge l’inquietudine per non mettersi in gioco: la luce viene nelle tenebre ma i suoi non l’hanno accolta.
Siamo convinti che Dio c’è ed è strano, inaccessibile, incomprensibile. Che è meglio tenerselo buono, semmai ne avessimo bisogno e, quando ne abbiamo bisogno, chiediamo e invochiamo e imploriamo per avere una grazia, un favore; Lui che è Onnipotente potrebbe (dovrebbe!) ascoltare noi suoi figli, noi devoti.
Natale, invece, dice che Dio diventa fragile, che chiede, invece di donare, che elemosina, invece di elargire che, per amore, annienta se stesso, si umilia abbandonando la sua divinità perché noi possiamo (un poco) sperimentare la divinità.
Siamo convinti che Dio sia nelle cose del cielo, nei momenti forti, nei luoghi sacri, nelle lunghe celebrazioni (spesso noiosette), nelle settimane di ritiro, nelle messe domenicali. E ci lamentiamo di non potere, di non avere il tempo, di non riuscire, i monaci loro sì, beati, i santi loro sì, ma noi povericristi…
Natale, invece, ci parla dell’incarnazione di Dio, del fatto che, facendosi uomo, Dio riempie di santità ogni frammento di vita, dallo straccio per lavare i pavimenti, alla mano unta del meccanico, allo sforzo ripetitivo dell’operaio in fabbrica. Non esistono più luoghi e tempi sacri. Esiste un luogo e un tempo santo: la mia vita, quella che Dio sceglie di abitare.
Per accorgerci di questa trasfigurazione abbiamo bisogno di silenzio e preghiera (che serve sempre e soltanto se cambia il mio sguardo sulla vita) come fa Maria la bella.

Mettere insieme i pezzi
Luca dice che Maria serbava nel cuore tutti questi eventi, mettendo insieme i pezzi.
Iniziando questo anno nuovo (mi spiace per gli astrologhi ma sarà molto simile a quello appena passato!) la liturgia ci dice di imitare Maria, di dedicare del tempo al “dentro”, di accorgerci di Dio. Manca un centro nella nostra vita, siamo travolti dalla vita vissuta. Come il bucato ammucchiato nella bacinella, ci serve un filo a cui appendere tutte le cose ad asciugare.
Questo centro unificatore che è la fede ci è prezioso, indispensabile. Perché non assumerci l’impegno in questo anno che inizia, di ripartire da Dio, di mettere l’ascolto della Parola e la meditazione al centro della nostra giornata?
Solo così ci accorgeremo che Dio ci sorride.

Sorriso
“Far splendere il volto”, è uno splendido semitismo che indica il sorriso di una persona: quando sorridiamo il nostro volto si illumina.
Questo vi auguro, cordialmente, amici lettori, qualunque cosa accada in questi mesi: che possiate cogliere negli eventi della vostra caotica vita il volto sorridente di Dio.
Dio sorride, ovvio.
Chi ama, anche nelle avversità, sorride.
Il volto di Dio sorridente ci viene svelato dal neonato Gesù.
Dio sorride, non è imbronciato, né impenetrabile, né scostante, né innervosito, macchè.
Dio sorride, sempre.
Il problema, semmai, siamo noi. Nei momenti di fatica e di dolore non guardiamo verso Dio, siamo travolti dall’emozione, non riconosciamo in Dio nessun sorriso.
Non aspettatevi che Dio vi risolva i problemi, né che che vi appiani la vita o ve la semplifichi.
La vita è mistero e come tale va accolta e rispettata.
Ma se Dio vi sorride, sempre, significa che esiste un trucco che non vedo, una ragione che ignoro, e allora mi fido.

Qualunque cosa succeda nella tua vita, quest’anno, che Dio ti sorrida, amico lettore.

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