Rieccoci in quaresima.
Deposte le maschere, quelle carnevalizie e quelle, molto più difficili da togliere, che la vita o l’abitudine ci fanno indossare, ci è proposto, come ogni anno, un tempo di essenzialità per preparaci alla Pasqua, per permettere alla nostra anima di raggiungerci, per verificare la nostra vita.
Quaranta giorni, un decimo del nostro anno in cui cercheremo, con semplicità, di ascoltare la nostra sete, per vedere se siamo ancora (e quanto) pellegrini, viandanti, cercatori.
E, per farlo, abbiamo bisogno di deserto, di qualche attimo strappato al caos, di silenzio interiore da ritagliare nelle nostre frenetiche giornate senza capo né coda.
Quaranta giorni per tornare liberi, finalmente.
Non per farci giri di testa o per sforzarci di porre qualche piccolo gesto, ma per respirare a pieni polmoni la primavera che tarda ad arrivare, per seguire Gesù nel deserto.

A morte la mortificazione
L’ha detto papa Benedetto (con linguaggio teologico più appropriato del mio): basta con l’idea della Quaresima come di un tempo penitenziale doloroso ma inevitabile, come il tempo in cui imporci delle rinunce (non sempre utili), come il tempo in cui metterci in volto la maschera (e daje!) del penitente. La Quaresima è, al contrario, il tempo della verità, della verifica della propria vita, della preparazione al grande evento.
Un tempo di ascesi, appunto, parola che, in greci, significa semplicemente “allenamento”.
A morte la mortificazione, allora, viva la vivificazione.
Non rendiamo più triste il nostro già triste cristianesimo, rendiamolo più agile, più vero, più temprato, più cattolico. Questo, certo, vorrà dire abbandonare l’uomo vecchio, ma per qualcosa di bene più prezioso di una medaglia d’oro.

Seguire il Nazareno
Gesù inizia la sua vita pubblica nel deserto.
C’è molta Bibbia, dietro questa scelta: i quarant’anni nel deserto di Israele, il deserto luogo di incontro dei Profeti, da Isaia a Osea, il Battista…
Marco liquida i quaranta giorni di Gesù in due piccole annotazioni, diversamente da Matteo e Luca che si dilungano nella descrizione delle tentazioni.
Ma, nella sua stringatezza, Marco dice l’essenziale.
Gesù va nel deserto dopo il battesimo, sospinto dallo Spirito.
Solo i credenti, i battezzati, coloro che cercano ancora e meglio Di, sanno sentire lo Spirito e spingersi nel deserto. Il mondo fuori fugge il deserto, lo teme, ha orrore della solitudine, non sa che esiste una solitudine e un deserto pieni di melodia, pieni di Dio. Lo Spirito ci spinge nel deserto, quando la nostra vita di credenti scricchiola, vacilla, si stanca, o, peggio, si siede.
Il credente va nel deserto, perché nel deserto si riscopre fuggiasco, pellegrino, viandante.
Il deserto è nel nostro cuore, perché nel deserto possiamo avvertire la sottile e silenziosa presenza di Dio.
Quaranta giorni resta Gesù nel deserto: continua la sua missione che lo vede condividere la totalità dell’esperienza umana. Ha voluto mettersi in fila fra i penitenti colui che era senza peccato. Vuole sperimentare il vagare di Israele, il nuovo Mosè. E lì, nel deserto, è tentato da Satana.
Esiste l’ombra, e agisce. Agisce con intelligenza e astuzia e i figli della luce sono invitati a riconoscerla e smascherarla.
Marco ha una curiosa annotazione: stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Nel deserto, quando gettiamo le maschere, quando ci mettiamo in gioco, quando siamo tentati dall’avversario, siamo assaliti dalle fiere.
L’orgoglio, l’invidia, la rabbia, la blasfemia, la violenza abitano in noi, sono accovacciati in una angolo della nostra interiorità. È ingenuo pensare di non esserne sedotti, è cristiano scegliere di lasciarli fuori dalla porta. Il discepolo sa di non essere migliore dei non credenti, vuole solo essere più vigile.
Gli angeli ci servono, ci sostengono in questa lotta fra luce interiore.
Discreti, silenziosi, gli amici di Dio ci sostengono nella nostra battaglia, ci incoraggiano nel nostro cammino.

Consigli
Tre i suggerimenti dal passato per vivere con pienezza la nostra ascesi, il nostro allenamento. Il primo è percepire la fame: fame di Parola, di senso, di autenticità. Un cuore sazio non si percepisce con autenticità, ecco allora la proposta del digiuno. Digiuno simbolico, dalla TV, dalla fretta, ma anche digiuno autentico dall’eccesso di cibo che, ricordiamocelo, appesantisce il nostro ciclo energetico. Un digiuno per qualcosa, però. Spegnere il televisore per giocare con mio figlio, rinunciare al filetto per aiutare un povero, digiunare dal pettegolezzo per guardare agli altri con lo sguardo di Dio.
La seconda strada proposta è quella della preghiera. Una preghiera fatta soprattutto di ascolto, più che di richiesta. È questo il tempo di leggere la Parola, tutti i giorni, dieci minuti, con calma. Invocare lo Spirito prima, mettersi una posizione che aiuti la concentrazione, staccare il telefono e leggere la Parola, magari quella della domenica.
Leggerla con calma, assaporandola, lasciandola scendere nel cuore, senza fretta. Riscoprire, magari, se la famiglia è cristiana, la benedizione del cibo tutti insieme, prima di mettersi a tavola. Un gesto semplice che ci richiama alla dimensione della gratuità e della bontà di Dio e di ciò che riceviamo da lui.
Infine la terza dimensione, quella dell’elemosina. Elemosina che non significa dare del superfluo, ma spalancare il cuore ai bisogni degli altri, una fede che diventa concretezza. Perché non dedicare un po’ di tempo ad andare a trovare la vecchia zia che non vediamo mai? Perché non rinunciare a qualcosa per aiutare i nostri fratelli che (sul serio) muoiono di fame? Allargare il proprio cuore agli altri diventa un gesto che dentro di noi produce un cambiamento, diventando davvero figli della pace.

Buona Quaresima, cercatori di Dio, lasciamo che lo Spirito ci spinga nel deserto.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.