Bene per noi pluriparroci, male per gli amici che si aspettavano qualche ponte in più per le vacanze, malissimo per la comprensione del mistero del Natale, il tempo liturgico più esiguo dell’anno: quindici piccolissimi giorni per spalancare il cuore all’inaudito di Dio, sono veramente pochi.
Tant’è: salutati i magi, cercatori di Dio che, seguendo la verifica delle proprie teorie scientifiche (ad un fenomeno celeste doveva corrispondere un evento terrestre), finiscono con l’incontrare Dio, magi che sono immagine dell’umanità che, dopo Israele, riconosce la venuta del Messia e (mia teoria) che diventano l’icona di come la ricerca della verità ci porti inevitabilmente tra le braccia del Signore, ritroviamo Gesù, adulto, in fila per farsi battezzare da suo cugino Giovanni.
Peccato.
Peccato perdersi tutto il resto.
Perdersi i magi che `per un’altra strada` tornano al proprio paese di origine (l’incontro con Dio cambia definitivamente i nostri percorsi), peccato perdersi il momento tragico della fuga in Egitto di Giuseppe e Maria, inseguiti dal delirante re Erode.
(Peccato non farla diventare una solenne festa liturgica quella precipitosa fuga verso l’Egitto, la terra della schiavitù, per ricordare a tutti noi il valore dell’accoglienza, Giuseppe e famiglia erano clandestini!, e per ricordarci di come il riconoscere la presenza di Dio nel cuore non significhi avere la strada spianata ed esente da guai…)
Peccato non dedicare almeno una domenica all’assordante silenzio di Nazareth, quei misteriosi trent’anni di nulla (eccezion fatta per la piccola parentesi della Bar Miztvah, la `cresima` di Gesù dodicenne a Gerusalemme) che santificano le nostre piccole vite: mentre migliaia di uomini gridavano la loro pena e disperazione a Dio, Dio che faceva? Sgabelli!
Tant’è: seguiamo le orme dello sconosciuto falegname di Nazareth che, solidale con noi peccatori, si mette in fila per ricevere il battesimo di conversione, primo gesto di una condivisione che andrà ben più lontano nel cuore di Dio, e meditiamo sul nostro Battesimo

Prediletti
`Tu sei il mio figlio bene-amato, in te mi sono compiaciuto` così Marco scrive nella teofania che rivela la missione e la vera identità di Gesù. Il salto logico, dall’epifania al Battesimo, è solo teorico: oggi Cristo nasce in noi attraverso il segno del battesimo, segno che va riconosciuto, come hanno fatto i Magi.
`Prediletto`, traduce la nostra Bibbia, ma preferisco il più letterale `bene-amato` che soggiace al termine greco originale. Gesù è anzitutto `bene-amato` e in lui Dio si `compiace`.
In Cristo – dice san Paolo – anche noi siamo figli, anche noi divenuti co-eredi, anche noi, anch’io sono bene-amato e in me il Padre si compiace.
Iniziamo l’anno civile e finiamo il tempo natalizio con questa sconcertante verità: Dio mi ama, e mi ama bene. Non è forse l’ultimo tassello della meraviglia che ha accompagnato le settimane di Natale? Pensavamo ad un Dio sulle nuvole, ed eccolo a Betlemme; ci aspettavamo un Dio astratto e concettuale, ed eccolo uomo; speravamo in un Dio a cui chiedere, ed ecco un bambino che chiede; ci aspettavamo un Dio accolto trionfalmente dall’autorità costituita e dai sapienti, e invece chi lo riconosce sono gli abitanti della periferia della vita; ci aspettavamo un Dio evidente e palese, ed invece viene un bambino timido che chiede l’ansia della ricerca per trovarlo, come solo i magi sanno fare.

Amati gratis
Tutti noi veniamo educati a meritarci di essere amati, a compiere delle cose che ci rendono meritevoli dell’affetto altrui; sin da piccoli siamo educati ad essere buoni alunni, buoni figli, buoni fidanzati, buoni sposi, buoni genitori, bravo parroco… il mondo premia le persone che riescono, che sono capaci e, dentro di noi, s’insinua l’idea che Dio mi ama, certo, ma a determinate condizioni.
Tutta la nostra vita è elemosina di un apprezzamento, di un riconoscimento; anzi, se una persona mi contraddice, mi accusa, reagisco ma in fondo penso che abbia ragione, dico: `devi arrenderti all’evidenza, tu non vali`.
La reazione spontanea – lontani da Dio – è allora di difesa e aggressività o di eccessiva superficialità, mi omologo, do il massimo, passo la mia vita ad inseguire l’idea di me che gli altri mi restituiscono. Invece Dio mi dice che io sono amato bene, dall’inizio, prima di agire: Dio non mi ama perché sono buono ma, amandomi, mi rende buono.
Dio si compiace di me perché vede il capolavoro che sono, l’opera d’arte che posso diventare, la dignità di cui egli mi ha rivestito. Allora, ma solo allora, potrò guardare al percorso da fare per diventare opera d’arte, alle fatiche che mi frenano, alle fragilità che devo superare.
Il cristianesimo è tutto qui, Dio mi ama per ciò che sono, Dio mi svela in profondità ciò che sono: bene-amato.
È difficile amare `bene`, l’amore è grandioso e ambiguo, può costruire e distruggere, non si tratta di adorare qualcuno, ma di amarlo `bene`, renderlo autonomo, adulto, vero, consapevole.
Così Dio fa con me.

Complibattesimo
Il giorno del nostro Battesimo, giorno così lontano dalla nostra sensibilità, è stato messo nel nostro cuore il seme della presenza di Dio. Non è stato un rito scaramantico, quindi, ma un seme da coltivare, da accudire che, se trascurato, fragile scompare. Dentro: è lì che trovo Dio e tutto ciò che nella vita mi porta dentro (arte, musica, silenzio, natura) mi avvicina a Dio, tutto ciò che è fuori (caos, apparenza, superficialità) me ne allontana. Col battesimo sono entrato a far parte della Chiesa, quella del sogno di Dio, non lo sgorbio che ho in testa, la Chiesa dei santi e dei martiri, la Chiesa che cammina, canta e spera, non quella grottesca dei miei giudizi superficiali. Con il Battesimo sono salvo, redento, mi è tolto il peccato originale, la fragilità nell’amore: come Cristo sono reso capace di dare la vita per i fratelli. Passiamo la vita a riuscire, a diventare. Ognuno ha un suo sogno segreto: grande rock-star, premio Nobel, madre esemplare… ma più che figli di Dio bene-amati non potremo mai essere, e già lo siamo. Vi suggerisco di scoprire in quale giorno benedetto avete ricevuto nel cuore la presenza di Dio e di festeggiarlo, quel giorno.
Questa festa, oggi, è la festa di ciò che è nascosto in noi e che va riscoperto; come diceva benissimo un Padre della Chiesa: cristiano, diventi ciò che sei!

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