Buon anno! Passato bene la fine dello scorso anno? Salutato Matteo? No, non sto sclerando, ma è che proprio abbiamo iniziato l’anno nuovo, quello liturgico intendo. Da dicembre a dicembre, da Avvento ad Avvento, camminiamo lungo la storia (la mia e del cosmo) nutrendoci alla parola. Aprendo questo file mi rendo conto che è la terza volta che medito scrivendo sul vangelo di Marco, quello che ci accompagnerà quest’anno. Rileggo i commenti di nove anni fa e sorrido: direi le stesse cose, ma dentro di me questa parola letta vibra in maniera diversa. Animo, allora, Marco ci accompagna quest’anno, lui che ha scritto il suo Vangelo per i cristiani di Roma, dietro suggerimento e supervisione di Pietro, ci avvicinerà in modo schietto e diretto, senza troppe elucubrazioni, alla travolgente esperienza del pescatore diventato Papa.
Oggi inizia l’Avvento: quattro settimane di preparazione al Natale. D’altra parte il Natale già si sente nell’aria: le vetrine si addobbano, si installano le luminarie nelle vie del centro, panettoni in tv … Eppure attenti: se ci prepariamo é proprio perché il rischio più grosso che corriamo é quello di celebrare il solito Natale, pieno di bontà, di luci, di presepi, ma che, comunque, non cambia le nostre scelte, non incide nella nostra vita, se non con qualche lieve incrinatura delle nostre emozioni. In questi ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita del non-Natale, che non fa nascere nulla e niente, che si contenta di diventare un sacrificio al Moloch dell’economia e della stucchevolezza, dei buoni (insopportabili) sentimenti. Come prete fremo vedendo Dio che si fa uomo ridotto a celebrazione stanca e piena di tristezza per chi soffre, mi indigno quando vedo il vecchiardo Babbo Natale (brava persona, per carità, buone origini – San Nikolaus – rovinato dalla TV!) corrompere i bambini con regali per far loro dimenticare lo scipito bambinello di Nazareth. Riusciremo a sopravvivere alla melassa dei buoni sentimenti, a lasciarci percuotere come un pugno sulla testa dalla venuta di Dio? Si romperà la crosta che ci si forma nell’anima a causa dell’abitudine per stupirci davanti alla provocazione del Dio assoluto e immenso vagire nudo in braccio a una ragazzina di quindici anni? Il Natale 2002 ci aiuterà – ancora e ancora – a svegliarci?
E proprio di sbadigli di parla nel primo Vangelo di quest’anno liturgico. La prima cosa che Marco di dice, in preparazione al Natale è proprio quella di stare attenti a non addormentarci, a vigilare, a stare svegli, perché il Signore sta per tornare. Che storia è mai questa? Quando mai ronfiamo? Hoi la vita travolta dal lavoro, altro che dormire! Appunto…
Due le venute del Signore che aspettiamo: quella definitiva, nella pienezza dei tempi, del Cristo glorioso, e quella nella storia di ciascuno di noi. Aspettiamo che torni, dunque, che concluda questa storia, come abbiamo celebrato domenica scorsa nella solennità di Cristo Re; ma davvero lo aspettiamo? L’altra venuta del Signore che celebriamo è quella che ciascuno attende nella sua vita. La fede, lo dico spesso, è incontro personale con il Signore Gesù. Attenderlo significa percepire le sue molteplici presenze sul nostro cammino, ma il rischio è quello di addormentarsi; e in questo, amici, il nostro tempo è un gigantesco sonnifero: corriamo il rischio di vivere tutta la nostra vita nella dimenticanza, nella superficialità, nella fretta, ansiosi di trovare un po’ di tempo per riposarci e ripartire. Il paradosso è di fare i cristiani tutta la vita senza mai incontrare la presenza di Dio! Ecco allora il tema della veglia, dello stare desti, dell’aderire alla realtà, dell’accogliere la venuta. Potremmo chiamarlo in altro modo questo atteggiamento: autocoscienza, per usare una categoria del profondo, o illuminazione, per attingere ad altre esperienze di Dio. Ma la sostanza è la stessa: non farsi ingannare, non farsi intorpidire dalle cose intorno a noi che ci distolgono dall’essenziale, per andare in profondità dentro noi stessi. Lasciamoci aiutare dalla preghiera che celebriamo nel giorno del Signore, per vivere sempre più coscientemente la nostra vita, senza lasciarci vivere. Che ciascuno di noi si prepari al Natale, pur nella `notte`, simbolo di fatica, di sofferenza, di incoerenza, con l’atteggiamento di chi è pronto ad accogliere la venuta del Signore.

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