Dove ho trovato, stamani, il coraggio di scendere dal letto per andare a lavorare? Pensateci bene, una volta tanto. Abitudine? Istinto? No, c’è una ragione profonda, non detta, che unisce me, un giapponese e un birmano. E’ la ricerca della felicità. Non basto a me stesso, non ho una ragione – in me – sufficiente ad essere felice: ho necessità assoluta, totale di trovare il motivo profondo, segreto, nascosto per cui vivo. Ogni uomo cerca la felicità, ognuno – a modo suo – sa che in una certa direzione la potrà trovare. Alcuni vi hanno rinunciato, è vero, e la loro vita naufraga come una nave senza comandante, ma essi stessi riconoscono – con la loro rinuncia – della straordinarietà della ricerca. Quindi: se mi sono alzato stamattina, è per cercare la felicità, anche se magari non me lo sono detto. Ma: in cosa consiste questa felicità? Viviamo in tempi confusi, e alla naturale difficoltà di trovare una risposta così nascosta si aggiungono nuove difficoltà: viviamo un mondo frammentato e fragile, senza certezze e che – pure – propone mille sogni, mille promesse. Scherzavo con alcuni amici scouts domenica scorsa, dicendo loro che siamo assolutamente fortunati: sappiamo benissimo dove si trova la felicità, basta avere la pazienza di organizzare le informazioni che ci giungono ogni giorno dai mass-media. Provo a riassumere; per essere felici è sufficiente essere giovani, belli e sani, avere una bella intelligenza, un lavoro che ti realizza e che ti procura un sacco di soldi, una moglie bellissima e intelligente, spigliata e sempre di ottimo umore, dei figli educati e autonomi, qualche bella casa in città e almeno un paio di alloggi tra montagna e mare. Voilà, non mi pare difficile. Pensate che c’è gente che crede a queste panzane! Conosco gente – figuratevi – che pensa che se vince al Superenalotto 50 miliardi, cambia la propria vita. Obbietto: se sei insoddisfatto prima, al limite diventi un ricco insoddisfatto dopo! Siamo seri amici: la Scrittura ammonisce a non credere alle soluzioni facili, alla Wanna Marchi di turno che ti vende un amuleto per ottenere l’amore che sogni. Pensare che io ero convinto che ci volesse desiderio, dialogo, voglia di sognare e di costruire per amarsi, invece è sufficiente un amuleto!
Gesù ha una sua risposta. Da pazzi – al solito – ma ce l’ha. La sintetizza Matteo nel discorso della montagna. Leggetelo attentamente, vi prego: è la carta Costituzionale del discepolo, la pagina da memorizzare, le parole che segnano le mie scelte. Gesù ci dice come essere "beati", che è un sinonimo di felici, realizzati, contenti. Ed è una lista di disgrazie immense, che noi fuggiamo come il fuoco. Beati i poveri, i miti, i perseguitati, gli affamati, coloro che piangono…Cos’è: Gesù esalta la jella? Peggio vanno le cose e meglio vanno? No, attenti a questa visione di cristianesimo dolorante così distante dal Vangelo! Gesù dice: se, malgrado la sofferenza, la persecuzione, il pianto tu sei sereno, beato, significa che hai trovato Dio, la felicità che non ti è tolta, la risposta grande alla vita. Se sai guardare la di là dell’ostacolo, la vita si racconta, le cose appaiono diverse e addirittura le disgrazie vengono lette in modo diverso.
Di più: conoscere Dio, sapere che in lui soltanto riposa il tuo cuore, sovverte l’ordine delle cose. Il mondo è aggressivo, ci vuole grinta per sfondare? Devi sempre dimostrare che vali? Al lavoro sei misurato e pesato continuamente? Tu resta mite, costruisci la pace, vivi nella giustizia, tu stai dalla parte di Dio. Ancora: le Beatitudini sono promessa di un mondo nuovo, diverso. Una storia che finisce come abbiamo sempre sognato: trionfa il bene, lo sconfitto risorge, l’arroganza dei potenti è convertita, umiliata. Paolo guarda alla sua comunità, Sofonia profetizza: Dio si sceglie un povero tra gli ultimi della storia, si schiera con la periferia, con coloro che subiscono e li riscatta, li salva, li rende figli della luce.
Lo so, lo so: questa pagina è assurda, improponibile, utopica, gradevole come sogno, assurda come modello di vita concreto, esempio del mio modo di relazionarmi, di concepire i rapporti con gli altri, di guardare me stesso e gli altri… lo so, non insistete.
E se invece – una volta tanto – avesse ragione Dio?

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