“Eccomi, manda me!” (Is 6,8b): il grido di Isaia sintetizza bene il tema della Parola di Dio di oggi. Isaia viene chiamato durante la sua preghiera nel tempio e assiste nel suo cuore alla manifestazione della gloria di Dio (quanti dopo lui hanno parlato di questa gloria!) e sente il desiderio profondo di andare dal popolo a richiamare l’alleanza. E davanti a questo volto luminoso di Dio Isaia sente la propria fragilità, la stessa di Pietro che si butta in ginocchio davanti a Gesù, dopo il miracolo della pesca inattesa e la stessa di Paolo che si considera “come un aborto” rileggendo la sua chiamata. Grandioso: il tema della chiamata, della vocazione, è qualcosa che ci riguarda tutti da vicino, che ci rende solidali e simili. Non pensate subito, per favore, alla vocazione del prete o del religioso, no, attenzione: qui parliamo della vocazione iniziale, di Dio che ti chiama a conoscerlo, di Dio che ti vuole tra i suoi figli. E qui subito troviamo il primo salto da fare: è Dio che ti chiama, non sei tu che lo trovi. E’ paradossale ma è così: noi cerchiamo colui che ci cerca. E’ una specie di gioco che coinvolge la nostra libertà e ci spinge al vero dentro di noi. Dio desidera incontrarci, ma noi fatichiamo, scappiamo, siamo indifferenti e indaffarati. La storia dell’umanità si gioca tutta dietro questa cifra di doppia ricerca: Dio da una parte e l’uomo dall’altra. Diverse sono le strade attraverso cui lasciarci raggiungere da Dio: per Isaia è il silenzio e la preghiera del tempio. Dimensione trascurata, il silenzio manca alle nostre giornate piene di rumore. Attenti, però, qui non parliamo del silenzio angosciante e vuoto della solitudine, ma di quello gravido e teso della preghiera. Paolo, invece, è chiamato da Dio attraverso la testimonianza della comunità. Notate: la stessa comunità che Paolo perseguita, la stessa. Non è così anche per noi? Parlare di Chiesa ci fa rabbrividire, ci scoccia, ognuno è disposto a dire ogni male della Chiesa, là dove per “Chiesa” intediamo una specie di struttura rigida e ostile fatta di privilegi e astrusità (già: ma esiste questa “Chiesa”? Gesù parla di una comunità di fratelli che realizzano il Regno…). Così Paolo; anzi, lui passa dalle parole ai fatti: questa “Chiesa” va eliminata. Ma, sulla strada di Damasco… Paolo dovrà cambiare giudizio, sarà atterrato e accecato e dovrà fidarsi per vederci chiaro. Dopo molti anni Paolo il grande riguarda la sua esperienza e vede luce, vede che Dio l’ha raggiunto proprio attraverso la testimonianza di quei fratelli che Paolo voleva distruggere… Infine Pietro, il pescatore. Pietro trova Dio nel caos della sua vita, nel tran-tran del quotidiano, alla fine di una giornata andata storta. Dio lo cerca e lo raggiunge proprio là dove meno Pietro se lo aspetta e lo convince attraverso un gesto che Pietro riconosce benissimo: una pesca inattesa e improbabile. Pietro reagisce un po’ scocciato all’ingerenza di questo falegname che gli vuole insegnare il suo mestiere. Ma si fida. Ecco: questo è l’essenziale. Esiste un momento nella vita in cui intuiamo che Dio bussa alla mia porta, lo vediamo che ci tallona, percepiamo il rischio della sequela. Tutto ci dice che è illogico, nessuno pesca a mattino inoltrato. E ci resta la scelta. Pietro si fida, sulla sua Parola si fida e torna al lago, e la sua vita cambia. La presenza di Dio luce rivela la nostra tenebra, ci manifesta la nostra piccolezza. Non piccolezza morale, di chi non si sente in regola, non diciamo stupidaggini! Pietro, Paolo, Isaia, vedono l’infinito e sentono la loro piccolezza, sono abbagliati dalla luce e vedono riflessa l’ombra. Si dicono “com’è possibile tanta meraviglia?” e sentono il peso della loro incredulità. Ecco: a questo siamo chiamati. Nel silenzio della preghiera, nel quotidiano deludente, nella testimonianza di altri cristiani, Dio mi chiama ad essere figlio, ad essere me, finalmente. Paolo, Isaia, Pietro, accettano e la loro vita è trasfigurata. Diventeranno testimoni, racconteranno Dio, lo porteranno nel loro contesto di vita, saranno missionari. Senza sforzo, badate: la candela non pensa al fatto di illuminare, è accesa e fa luce di suo… Dio ha bisogno, oggi, di tali testimoni. Non fanatici, badate, ma testimoni dell’incontro. L’uomo non crede che Dio esista né che sia buono, né che sia accessibile. Forse a noi chiede di diventare trasparenza per manifestarlo. Potremmo forse un giorno dire come André Frossard, editorialista de “Le Figaro”, ateo incallito, convertito improvvisamente, che in un libro ormai famoso dice: “Dio esiste: io l’ho incontrato”. Perché no?

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