Coloro che cercano il tesoro nel campo della loro vita, custodiscono una pagina del Vangelo che sta loro particolarmente a cuore: è la pagina della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrata per ben sei volte dagli evangelisti. Anche Matteo ci da la sua versione dei fatti con la stessa dinamica degli altri: la commozione di Gesù, il suo sguardo sulla folla, la richiesta di aiuto ai discepoli sbigottiti, la condivisione dei pani e dei pesci che sfamano una folla immensa (e ne avanza!).
Icona splendida della realtà della comunità cristiana, questa pagina ci introduce oggi a una nuova fase della nostra riflessione. Cos’è la Chiesa? Una holding del sacro? Un vecchio baraccone che custodisce antichi riti? Una centrale del potere che tenta di salvarsi dal naufragio della modernità? Sembrerebbe, alle volte, vedendo le nostre comunità, le incoerenze di noi preti (anche noi, please, d’ogni tanto vergogniamoci della nostra fragilità come ha detto il vecchio Papa!), la fatica quotidiana ad accogliere il Vangelo in piena umanità. Eppure l’esperienza di Chiesa che vive Matteo è tutta qui, in quel gesto ingenuo e potente dell’offrire la propria merenda al Signore perché con essa sfami l’umanità. L’umanità ha fame, amici. Di senso, di verità, di spiritualità. Ma anche di giustizia, di pace, di cibo che noi paesi toccati dal Vangelo non siamo capaci a dare, tutti presi dalla salvaguardia del nostro fragile e vaporoso benessere… Fame che Dio sazia, non noi, che Lui vede, non noi, che commuove Dio e – speriamo – un poco anche noi discepoli. Il mosaico di luce che il Maestro vuole disegnare ha bisogno anche di noi, a Dio (burlone!) piace di coinvolgere i suoi discepoli nel suo sogno di pace, e Dio chiede, al solito. "Date loro voi stessi da mangiare": parola sconcertante, fastidiosa. Ma come, Signore, noi crediamo in te e ti preghiamo e ti veneriamo appunto per non dover far nulla! Noi vogliamo sempre credere in te, Dio di ogni Potenza, proprio perché tu ci tolga dai guai e sbrogli le nostre matasse!Non è forse l’idea di Dio che preferiamo? Un Dio che vede la sofferenza e – come un sovrano illuminato – ascolta la preghiera dei suoi servi e li esaudisce? Macché: Gesù chiede collaborazione, coinvolge. Quando chiediamo: "Signore ferma le guerre!", Dio risponde: "Tu per primo diventa costruttore di pace", quando invochiamo "Aiuta quella persona malata" ci dice: "Tu diventa mia consolazione per lei". La sproporzione è voluta: pochi pani e pesci per una folla sterminata; è una situazione che produce disagio, sconforto, la stessa sensazione che proviamo noi quando cerchiamo di annunciare la Parola, di porre gesti di solidarietà, di bene. Incontro i miei ragazzi e sto con loro un’ora a settimana: giochiamo, parliamo, annuncio loro il bel modo di vivere che aveva Gesù. Poi escono, e per un’intera settimana sentiranno e vivranno il contrario: violenza, egoismo, opportunismo. Bisogna rinunciare? No: il nostro è gesto fecondo se accompagna l’opera di Dio, è segno profetico che imita l’ampio gesto del seminatore, è icona di speranza che imita la pazienza verso la zizzania del padrone del campo. Animo, discepoli, coraggio fratelli! Noi che ci siamo saziati del cibo della Parola, del vino e del latte gratuito del Padre, come profetizzato da Isaia, sappiamo che nessuna difficoltà ci può separare dall’amore di Cristo. Ecco: siamo chiamati a donare quel poco che abbiamo, a condividere con inattesa incoscienza tutto ciò che siamo, per somigliare almeno un poco a questo Dio che riempie i cuori. Questa è la Chiesa, e solo questa: coloro che hanno conosciuto l’immensa tenerezza di Dio e mettono a disposizione ciò che sono, ciò che fanno, perché Dio sazi l’umanità stanca che vaga come pecore senza pastore.

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