Deserto, finalmente!
Con questa domenica inizia ufficialmente l’olimpiade dello Spirito, per prepararci alla Pasqua: quaranta giorni per seguire il Maestro nel deserto (lo amiamo, lo seguiamo quotidianamente, ovunque egli ci porterà…), per imparare ad essere discepoli, per tornare ad essere uomini.
Deserto, finalmente, scusa annuale per ritagliarci qualche minuto di preghiera, per trovare uno spazio di silenzio nel caos del cuore e dello spirito, per permettere alla nostra anima di raggiungere il nostro corpo, sempre di fretta, sempre avanti (avanti, ma verso dove?).
Deposte le maschere (quelle di carnevale sono simpatiche e bricconesche, quelle che indossiamo nella vita lugubri e false), ritroviamo il nostro vero “io”, per incontrare il vero Dio. Almeno una volta durante l’anno possiamo farlo, no?
 
A morte la mortificazione
L’ha detto papa Benedetto (con linguaggio teologico più appropriato del mio): basta con l’idea della Quaresima come di un tempo penitenziale doloroso ma inevitabile, come il tempo in cui imporci delle rinunce (non sempre utili), come il tempo in cui metterci in volto la maschera (e daje!) del penitente. La Quaresima è, al contrario, il tempo della verità, della verifica della propria vita, della preparazione al grande evento. Un tempo di ascesi, appunto, parola che, in greci, significa semplicemente “allenamento”.
A morte la mortificazione, allora, viva la vivificazione.
Non rendiamo più triste il nostro già triste cristianesimo, rendiamolo più agile, più vero, più temprato, più cattolico. Questo, certo, vorrà dire abbandonare l’uomo vecchio, ma per qualcosa di ben più prezioso di una medaglia d’oro. Nessun atleta fatica invano, la meta è sempre lì, il podio, che significa l’universale apprezzamento di una disciplina, di un dono, di una fatica.
Ho conosciuto Marco Albarello quand’ero a Courmajeur, viceparroco. L’attuale allenatore della splendida nazionale di sci di fondo (due ori olimpici!) mi salutava arrancando, in estate, sulla sua Mountain bike. Niente passione per la bici, anzi… Il contratto con gli sponsor lo costringeva a fare, ogni giorno, per dieci mesi all’anno, escluse le gare, trenta chilometri di allenamento. Tutti i santi giorni, pioggia o vento, inforcava la bici o metteva gli sci, e iniziava a sudare.
Vogliamo, per favore, fare un po’ di “ascesi” anche noi?
 
Seguire il Nazareno
Gesù inizia la sua vita pubblica nel deserto.
C’è molta Bibbia, dietro questa scelta: i quarant’anni nel deserto di Israele, il deserto luogo di incontro dei Profeti, da Isaia a Osea, il Battista… Ma c’è anche la voglia di capire cosa fare, come ci raccontano Matteo e Luca, insoddisfatti della eccessiva stringatezza del giovane Marco.
Gesù, nel deserto, sceglie di pianificare la sua predicazione, sceglie quale Messia essere.
Nel deserto capisce che vuole essere un Messia diverso da quello che la gente si aspettava. Non griderà, né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce. Non cede alla tentazione dell’autorealizzazione (“Pensa a te stesso”), né all’inciucio col potere civile e religioso, né alla tentazione del facile miracolo. Gesù parlerà di Dio con il sorriso, convincerà il cuore delle persone con la predicazione. Questa è la sua scelta.
Scelta perdente, all’apparenza: fra quaranta giorni, nell’orto degli ulivi, tornerà l’avversario, per sottolineare la sua infinita ingenuità e il suo clamoroso fallimento.
Anche noi seguiamo il Rabbì nel deserto, per scegliere ancora che persone essere.
 
Opportunità
Non “cosa” essere, ma “come” esserlo.
Il cosa non dipende sempre da noi: opportunità, carattere, salute, tutto ci può facilitare o bloccare, tutto ci può essere di supporto o di ostacolo. Forse sei soddisfatto della vita che hai, amico lettore: del tuo lavoro, della tua vita affettiva, della tua salute. O forse no.
Non è importante cosa sei diventato, ma come vuoi vivere.
Se anche fossi lo scopritore della cura contro il cancro e fossi un’orribile e arrogante persona, agli occhi di Dio, saresti nulla.
Quaranta giorni nel deserto ci sono dati per scegliere, malgrado tutto, se continuare ad amare.
 
Consigli
Tre i suggerimenti dal passato delle comunità. Il primo è percepire la fame: fame di Parola, di senso, di autenticità. Un cuore sazio non si percepisce con autenticità, ecco allora la proposta del digiuno. Digiuno simbolico, dalla TV, dalla fretta, ma anche digiuno autentico dall’eccesso di cibo che, ricordiamocelo, appesantisce il nostro ciclo energetico. Un digiuno per qualcosa, però. Spegnere il televisore per giocare con mio figlio, rinunciare al filetto per aiutare un povero, digiunare dal pettegolezzo per guardare agli altri con lo sguardo di Dio.
La seconda strada proposta è quella della preghiera. Una preghiera fatta soprattutto di ascolto, più che di richiesta. E’ questo il tempo di leggere la Parola, tutti i giorni, dieci minuti, con calma. Invocare lo Spirito prima, mettersi una posizione che aiuti la concentrazione, staccare il telefono e leggere la Parola, magari quella della domenica. Leggerla con calma, assaporandola, lasciandola scendere nel cuore, senza fretta. Riscoprire, magari, se la famiglia è cristiana, la benedizione del cibo tutti insieme, prima di mettersi a tavola. Un gesto semplice che ci richiama alla dimensione della gratuità e della bontà di Dio e di ciò che riceviamo da lui. Infine la terza dimensione, quella dell’elemosina. Elemosina che non significa dare del superfluo, ma spalancare il cuore ai bisogni degli altri, una fede che diventa concretezza. Perché non dedicare un po’ di tempo ad andare a trovare la vecchia zia che non vediamo mai? Perché non rinunciare a qualcosa per aiutare i nostri fratelli che (sul serio) muoiono di fame? Allargare il proprio cuore agli altri diventa un gesto che dentro di noi produce un cambiamento, diventando davvero figli della pace.

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