Al tempo di Gesù, si credeva che la santità fosse inversamente proporzionale alla distanza da Gerusalemme. La Giudea poteva ancora salvarsi, ma la Galilea e la Decapoli, oltre la Samaria, zone di confine, abitate da popolazioni miste, erano decisamente perdute.
Gesù inizia la sua predicazione proprio da lì, dalle tribù di Zabulon e Neftali, le prime a cadere sotto gli Assiri, seicento anni prima. Perché è venuto per i malati, non per giusti.
Gesù non fugge gli impuri e li condanna, come fanno i Perushim, i farisei. Li salva.
La guarigione del Vangelo di oggi, fa esclamare alla folla “ha fatto bene ogni cosa, ha fatto vedere i ciechi, ha fatto udire i sordi!”.
Entusiasmo condivisibile, ma che lascia l’amaro in bocca.
Oggi parliamo della malattia e della guarigione.

Ma dove?
Vedo già, lo ammetto, la fronte corrugata di qualcuno di voi.
Sarò chiaro: sarebbe meglio non ammalarsi e raramente ho visto gente trovare Dio e la fede nel dolore. Più spesso la si perde. La nostra predicazione è scivolata nella retorica su questi temi, scordandoci che il dolore e la malattia stravolgono una vita e, il più delle volte, annegano la fede. Preferisco cento volte essere guarito che offrire la mia sofferenza in comunione a Gesù in croce, non diciamo fesserie!
Avete ragione, occorre capirsi.
Marco non intende proporre un Gesù taumaturgo fine a se stesso, un Gesù primario di una universale clinica delle guarigioni, un improbabile Harry Potter che soddisfa ogni esigenza. Migliaia di lebbrosi circolavano sulle strade polverose della Palestina e pochi di essi furono sanati, migliaia di ciechi disperati chiedevano l’elemosina ai bordi delle strade e pochissimi riebbero la vista. Gesù non è venuto sulla terra a togliere la malattia, ma a darle una nuova dimensione.

Salute e salvezza
Allora? Gesù ha maturato in sé una certezza: non è vero che “basta la salute”.
L’uomo vuole immensamente di più, necessita di molte più cose.
Abbiamo bisogno di salute, certo. Ma, molto di più desideriamo la felicità.
Ho visto, commosso, il coraggio rabbioso di certe madri farsi forza per sostenere il figlio handicappato; ho visto il gesto annoiato di chi ha tutto, salute, successo, denaro e si butta in un ago di siringa.
Un desiderio ho sempre coltivato nel mio cuore, un desiderio colmo di ingenuità: quello di intervistare i miracolati di Gesù. Ho l’impressione, netta, che dopo la guarigione non sia solo avvenuto il miracolo della salute, ma quello della salvezza.
Di fronte ad un malato Gesù chiede: “Cosa vuoi che ti faccia?”. Assurdo, no? Vuole la guarigione! Ne siamo proprio certi?
Gesù sa che solo qualcosa di più grande può rendere felice il cuore dell’uomo.
Come i dieci lebbrosi guariti, di cui uno solo, straniero, torna a ringraziare, Gesù dice: “Dieci sono stati sanati, ma uno solo si è salvato”. La malattia è mistero e misura del nostro limite, iattura e croce. Ma più della malattia c’è l’assenza di senso.
Gesù, guarendo, sta dicendo che il Regno ormai è arrivato, che la presenza del Padre sta contagiando il cuore di ogni uomo.

Malati
Qual è la tua malattia, amico lettore? Quale sofferenza hai nascosto in questi anni, per non ferire il tuo sposo o il tuo figlio? Quale cruccio dell’infanzia, quale tragedia nella tua famiglia hanno spento il tuo sorriso? Quale paura tieni nascosta nella cantina del tuo castello interiore? Quale debolezza psicologica frena lo slancio del passo?
Gesù ti guarisce. Gesù ti salva. Gesù ti ama.
La malattia è dimensione inevitabile tragica della nostra vita, che misura la nostra fragilità, che rivela la dimensione del nostro infinito desiderio di gioia e di luce. Cristo è la nostra gioia, Cristo è la nostra luce. Siamo guariti nel profondo.

Sogno e son desto
È per questo che Isaia, il grande e tenero Isaia, spalanca gli occhi davanti a un popolo rassegnato, sfiancato da settant’anni di prigionia a Babilonia, ormai convinto che Dio non ci sia più, e sogna. Sogna un ritorno, una terra in cui la sofferenza non esiste più e l’abbondanza delle acque che riempie i cuori.
Un sogno che è anche quello di Dio e che si avvererà per Israele con il ritorno a Gerusalemme e, per noi, con la venuta del Regno.
Questa salvezza, questa buona notizia, questo gioioso annuncio, ammonisce Giacomo, deve essere visibile sin d’ora nelle nostre comunità.
Se l’asfalto del conformismo ha appiattito l’attenzione al povero, Giacomo ci richiama con forza alle nostre responsabilità di salvati.
La Chiesa, che è il popolo di chi è stato sanato dalle proprie ferite con l’olio della consolazione di Gesù, imita lo stesso gesto verso l’umanità fatta a pezzi e ferita dall’odio e dal peccato.
E penso ai mille sconfitti che ho incontrato nella mia vita, alle sofferenze, alle tragedie che permeano il cuore dell’uomo. E a quanti, in nome del Nazareno, dedicano tempo e donano amore per alleviare il dolore.
Buone notizie, amici, buone notizie da celebrare e da far diventare pane quotidiano e mano tesa ad accarezzare il fratello perso.
Noi siamo il volto di Dio per il fratello sconfitto.

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