Il cuore dell’estate, le città arroventate, l’estate che raggiunge lo zenit.
Oggi celebriamo la Trasfigurazione del Signore, brano che leggiamo ogni anno in Quaresima e, più in sordina, all’inizio di Agosto. Quest’anno (ci voleva, con tutto l’immenso dolore che scuote il Medio Oriente) sostituisce la domenica e il polemico discorso sul pane di vita.
Ironia della sorte: un sei agosto esplose la bomba atomica su Hiroshima, un sei agosto il Signore chiamò a sé l’animo inquieto di Paolo VI, papa, fragile e possente cercatore di Dio.

Colline
Sorrido sempre, leggendo dell’”alto monte” riportato da Marco; io, abituato alle pareti che si stagliano fino a sfiorare il cielo, ai quattromila mozzafiato, ai ghiacciai perenni, sono rimasto un po’ deluso salendo al Tabor, graziosa collina battuta dal vento che domina la Galilea.
Eppure in quel luogo straordinario (ancora oggi!), di una bellezza selvaggia, che possiede una forza misteriosa, Gesù ha voluto portare i suoi a vedere il suo vero volto.
Nella solitudine e nella preghiera, Dio si è mostrato in tutta la sua seducente bellezza, perché soprattutto nell’interiorità Dio svela il suo volto.
Ed è stato stupore, gioia, ebbrezza: Gesù che parla con Mosè ed Elia (la Legge e i Profeti) a confermare la sua messianicità, la nube, ricordo della nube primordiale che aleggiava sulle acque della creazione, il timore che prende Pietro e gli altri, perché di fronte alla maestosità di Dio la nostra arroganza e saccenza svaniscono.
Infine, l’affermazione ingenua e divertente di Pietro: è bello per noi restare qui, Maestro.

Bellezza
Abbiamo urgente, assoluto bisogno di recuperare il senso del bello nella nostra vita. La bellezza risulta essere una straordinaria forza che ci attira verso Dio, che in sé è armonia, pienezza, verità.
Quante volte mi viene da dire, a chi mi chiede ragione della fede: è bello credere.
È bello e svela in me e negli altri l’intima e nascosta bellezza che lega le persone, gli avvenimenti, le emozioni.
Quanti uomini e donne, nella storia, si sono avvicinati alla fede perché attratti dalla bellezza del Cristo, dalla sua ineguagliata umanità, dalla sua profonda tenerezza, dalla sua stupefacente maturità.
Sì: è bello essere qui, Signore, è bello essere tuoi discepoli.
Non avete mai avuto il fiato mozzato dalla percezione di una diga che, dentro il vostro cuore, stava allagando la vostra vita? Quella sera in montagna, nel silenzio assordante della natura, quel viaggio in quel monastero, la veglia di preghiera che vi ha preso particolarmente… esiste per tutti il Tabor, il momento in cui, per un attimo, (“raptim” dice sant’Agostino) facciamo l’assoluta esperienza di Dio, l’esperienza dell’Assoluto di Dio.
Certo: il rischio è quello di restare chiusi nell’emozione, di legarsi troppo alla percezione senza aprirsi alle conseguenze di vita di questo incontro.
Così gli apostoli, scesi dal Tabor, dovranno salire su un’altra collina, il Golgota.
Lì la loro fede sarà macinata, seminata, resa pura.
Senza coinvolgimento emotivo, senza reale bellezza, senza entusiasmo, è difficile essere credenti, è difficile restare cristiani. Il nostro mondo ha bisogno di bellezza, di armonia.
Nel caos dell’eccesso (che di bello ha l’apparenza, ma che spesso nasconde il nulla) il nostro mondo può imparare dal cristianesimo la bellezza della fede, della preghiera, del silenzio, del gesto d’amore verso il fratello.

Il Dio bellissimo
Sapete perché sono prete, amici? Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Lo ripeto ogni anno, in Quaresima. Dio solo sa quanto sangue mi costa ripeterlo ogni volta con verità.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, ripartire dalla bellezza.
Pietro, il timido Benedetto, incontrandomi prima di entrare in una delle mie parrocchie per la preghiera per la pace, guardando il sole che filtrava dalle alte vette, mi ha sorriso dicendomi: “E’ bellissimo fare il parroco in questo luogo!”.
Lo riconosco e chiedo scusa: abitare in mezzo alla natura semplifica la vita e la fede.
Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati. Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo.
Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà.
Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea?
Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità?
Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede?
Nel celebrare il Risorto?
È noioso credere. È giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido.
Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo.
Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.

Dediche
Nella seconda metà dell’ottocento una delle mie parrocchiali, Saint Georges, venne affrescata da un modesto artista del luogo, tale Grange. Il parroco di allora, mio predecessore, Thèrisod, suggerì al decoratore cosa scrivere, inserendo delle frasi in ebraico e in greco (!) qua e là nel coro e nella navata. Sopra le canne dell’altare, in un luogo che solo dall’altare maggiore si riesce a vedere, il parroco fece scrivere, in greco, la dedica del lavoro (e della sua vita): “Al Dio grandissimo e bellissimo”.

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