Il dolore di Dio: non lo sentite – palpabile – nel sofferto discorso di Isaia ripreso da Gesù?
E’ una chiave di lettura della storia e della vita questo sconcertante racconto. A me succede spesso, specialmente quando faccio uno scontro frontale con la vita; si tratta – normalmente – di persone cui voglio bene o anche semplici discepoli incontrati in parrocchia: mi parlano dei loro problemi, con sofferenze, alle volte, degne di un romanzo. Allora avverto tutta l’impotenza, la fragilità delle parole usurate dal tempo e dal pietismo, e sento forte la domanda del senso: perché, Signore? Dove trovare una risposta autentica, non solazzevole, né sbigativa? Davanti al grande dolore del mondo, al non senso dei bambini che saltano sulle mine antiuomo, agli inquietanti venti di guerra, ai rumori dei muscoli ostentati e della violenza che cresce, davanti al grande mistero che è (e resta) ciascuno di noi, sentiamo forte il grido di senso. Certo: qualcuno evita di farsi domande, fugge, semplicemente, cercando di non rispondere mai.
Il dolore di Dio, questo mi sconcerta, mi zittisce. Gesù parla (me lo vedo), sussurra quasi, lo sguardo abbassato, la voce rotta dall’emozione: che fare? Che farò?
La storia dell’umanità, ci svela Gesù, è una storia d’amore in crisi, di un innamorato passionale – Dio – e di una sposa tiepida e opportunista: l’umanità. Leggete bene, ve ne prego: quanta dignità in questo padrone che prepara con cura e amore la vigna da dare in affitto, leggete dell’arroganza idiota di questi affittavoli che pensano – uccidendo il figlio del padrone – di diventare eredi (ma che manuale di diritto hanno letto?). Immagine dell’umanità che non riconosce il proprio Creatore, il proprio limite, questa tragica parabola è la sintesi della storia fra Dio e Israele, fra Dio e l’umanità. L’uomo non riconosce il suo Creatore, si sostituisce a lui: ecco il peccato di fondo, la tragica fragilità dell’uomo, credere di essere autosufficiente, senza dover rendere conto, misconoscere il proprio limite. E così accade ancora oggi, all’umanità che invece di orgogliosamente realizzarsi nel dare frutti, pensa a come fregare il proprietario, che nega l’evidenza, che si crede onnipotente. Che fare? Gesù, ora, stenta a parlare, pensa alle sue parole, ai suoi gesti, alla tanta tenerezza, alla profonda e virile umanità mostrata negli anni dell’annuncio. Il problema di fondo, amici, è che all’uomo un Dio così proprio non importa, non lo vuole. Preferiamo un Dio scostante e impettito, forse, onnipotente e freddo da placare o convincere. Che fare?
Mi commuove questo Dio onnipotente come fermato dalla nostra reazione, come un amante scosso, un genitore ferito, un amico che si scopre improvvisamente tradito. Che fare? Questo Dio sconsiderato che rischia la vita del figlio, illuso di suscitare rispetto nell’uomo, se non giustizia. E invece no, anche questo gesto è stravolto, incompreso. Che fare? Gesù non sa più cosa dire, ora, aspetta una risposta dagli affittavoli che – ingenuamente – nell’ottusità del loro cuore, non capiscono che proprio di loro si sta parlando. E inveiscono: morte, punizione, vendetta, maniere forti! Già, replica il Rabbì, già. Così non sarà, così non avverrà. Solo l’ultima parte del consiglio si avvererà: ad altri verrà data la vigna, a noi. Il rabbì, invece, non si vendicherà, ma si lascerà spazzare via piuttosto che usare violenza.
A noi ora, amici. Questa è la Storia, questa è – oggi come allora – la morale della favola. L’uomo che si dimentica di essere vignaiolo, di guardare altrove, di vivere nella gratitudine del dono della vita, dello scoprire il proprio destino e la propria chiamata viene accecato dalla propria violenza e dalla propria arroganza, semplicemente. A noi – non più affittavoli ma coeredi – il compito di vivere nella gioia del coltivare la vigna di Dio, sopportando con pazienza evangelica la violenza nel nostro e nell’altrui cuore, opponendovi, come esorta san Paolo, "tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro e amabile"

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