Prego, allacciarsi le cinture di sicurezza, stiamo per decollare. Giovanni, colpito improvvisamente da overdose di Spirito Santo (succede a quei tali che si fidano di Dio e a cui Dio alla fine riesce a far breccia nel cuore) e guarda con compassione noi vittime dell’altronatale e della vecchiarda-befana (propongo la stampa di un adesivo con la faccia disperata di Gesù bambino e la scritta “salvate il Natale!” come per le balene) decide di alzare il nostro livello di riflessione peraltro bassino. Siamo onesti: la conoscenza media della fede del cristiano medio in Italia è piuttosto deludente. Bastano e avanzano le quattro nozioni imparate a catechismo e le qualche frasi captate d’ogni tanto alla predica. Splendido! Non bisogna stupirsi del grande proselitismo che fanno i nostri fratelli musulmani… A parte il piglio polemico del sottoscritto, stanco di vedere cristiani demotivati e tiepidi, san Giovanni, che ha l’abitudine di volare in altro, in diciotto versetti sintetizza tutto il mistero dell’incarnazione del Natale. Tutto significa tutto: perché Dio c’è, chi è Gesù, chi siamo noi, dove stiamo andando, come finisce il libro della storia. E lo fa con uno sguardo ampio, con un respiro cosmico. Cosmico, capite? Non legato alla sua situazione, alla sua esperienza, ai suoi problemi eccetera. Già questo ci indica una strada. Se – talora – la nostra vita ci va stretta, non sarà magari perché siamo tutti chiusi nel nostro guscio e incapaci di uscire da noi stessi, di alzare lo sguardo verso Dio? Cosmico significa al di là, dentro, capire cosa ci sto a fare, dove va il mondo, perché le cose siano, dov’è la verità. Dio, dice Giovanni, esiste da sempre. Dio, dice Giovanni è tutto, è la pienezza. E ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui ed è presente un frammento della sua gloria in ogni cosa. Che bello! E’ la conclusione (più o meno) a cui sono arrivate quasi tutte le esperienze religiose della storia dell’umanità: Dio è, ed è presente. Questo significa che attraverso le cose noi possiamo in qualche modo risalire a Dio. Ah se non fossimo miopi e presbiti e astigmatici spiritualmente! Guardiamo un panorama innevato (mentre sto scrivendo) con la natura che sfodera tutta la sua potenza e non sappiamo alzare lo sguardo. Anzi rischiamo di fare della natura un idolo. No, tutto è come un gigantesco dito puntato oltre, come un ladro maldestro che dissemina di indizi la scena del delitto, così il nostro Dio ci spinge ad andare al di là del materiale e del sensibile… In Dio, dice Giovanni, è la vita e la vita è la luce degli uomini. Cioè: fuori da Dio, fuori dal senso, fuori da questo sguardo è morte e tenebra. Vita non significa esistere, vivere non significa respirare. Vivere significa scoprire dentro la presenza del Signore, scoprire il grande disegno dell’universo, il grande senso della mia vita. La vita non è nostra, è data, perciò va accolta e rispettata come qualcosa di donato e non dovuto. E poi: la luce! Ah di quanta luce abbiamo bisogno per vivere nelle nostre tenebre. Se solo avessimo quell’umiltà che è consapevolezza e realismo di saperci mendicanti, di saperci bisognosi. Cercheremmo, saremmo magi, diventeremmo cercatori di Dio. E qui si pone il problema: tutti i venditori di luce del nostro mondo hanno ragione o no? Intorno ci propongono centinaia di modelli: “sìì così, compra questo, comportati cosà”. Ma c’è maggiore serenità, maggiore gioia nel mondo attuale? Questo mondo che si è scrollato di dossi Dio è veramente più libero e realizzato? Giovanni è schietto: il mondo fatto da Dio non ha riconosciuto il suo creatore, il suo facitore. Ecco il dramma. Dio viene, e l’uomo non c’é. La luce viene (quella che illumina ogni uomo specifica Giovanni: nessuno è tagliato fuori dalla volontà di Dio) ma le tenebre non l’hanno accolta. Natale non è dolcezza e mielosità ma scontro e durezza: nei secoli ha prevalso l’aspetto del folclore (il bambinello, la bontà) a quello della fede; dobbiamo ricuperare l’impatto forte della nascita del Signore Gesù: Dio c’è, e tu? Ecco, tutto qui: a chi accoglie la luce Dio dà il potere di diventare figlio di Dio. Io sono figlio di Dio. Non m’importa essere altro. Né premio Nobel, né grande star. Sono già tutto ciò che potrei desiderare. Solo che corro dietro a mille sogni e a mille chimere pur di ricevere compiacimenti e approvazione. Ma sono già figlio. Solo che non lo so. Natale è la presa di coscienza della mia figliolanza, della mia dignità, del fatto che Dio si racconti e che sia splendido. Ecco, fine, chiudiamo il cerchio. All’inizio dell’avvento dicevo: non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce. Gesù è già nato, ha svelato il volto di Dio, è morto e risorto, ha salvato il mondo, ogni uomo. E’ che il mondo non lo sa. Natale è questo: una cartolina che ci scuote e ci ricorda di diventare ciò che già siamo.

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