Eccoci, finalmente. Il deserto ci ha richiamati all’essenziale. Il deserto che è la nostra vita frenetica, deserto popolato non di dune e rocce, di aridità e vento, ma da tangenziali e appuntamenti che si susseguono, di stanchezza che secca i desideri e abitudine che ci rotola addosso. E’ paradossale ma il silenzio e il troppo rumore si assomigliano. Non rimpiangete il silenzio che avreste voluto fare, non sospirate alla preghiera che non è granché migliorata in questi quaranta giorni, non iniziate le litanie dei propositi falliti, Dio non li gradisce. Questo è il nostro deserto, qui e ora possiamo salire al Tabor, nella quotidianità ingombrante portiamo frutto, nei ritagli del nostro tempo scopriamo il volto del Padre, con tenacia siamo chiamati a posare le pietre. Inutile rimpiangere un tempo e una volontà che avrebbero permesso di fare una preparazione migliore: qui e ora dobbiamo vivere e inventare un modo diverso di credere. Ed ora entriamo nella grande settimana: dalle Palme alla Resurrezione, l’ultima settimana di Gesù cola goccia a goccia, minuto dopo minuto così come i cronisti dell’epoca ci raccontano. Fatti che conosciamo, eventi che ancora (mi auguro) suscitano emozione dentro di noi. L’ingresso trionfale nella Gerusalemme che ammazza i profeti, barlume di riconoscimento messianico destinato ben presto a scomparire, la cena consumata con i discepoli al giovedì, la lunga notte di solitudine e angoscia al Getsemani, la croce drammatica che inchioda ogni speranza e la travolge e la notte di attesa… Che giorni, amici, stiamo per vivere! Siate presenti, vi prego, siateci. Non è folclore ciò che ci apprestiamo a vivere, non è devozione. E’ memoriale, attualizzazione di ciò che Gesù ha vissuto e vive. Non sono bastate le parole e i miracoli, non le parabole sul vero volto di Dio, non l’inaudita notizia di un Dio reso accessibile. Macché, nulla: l’uomo conserva un cuore duro, difficile da capire. Occorre un ultimo drammatico gesto, un segno inequivocabile, indiscutibile. La croce è e resta l’amore infinito che si manifesta, l’unità di misura esagerata per manifestare l’amore di Dio. Gesù uomo, splendido uomo, vero uomo, uomo compiuto e fragile si appresta a fare una volontà amara, a compiere un gesto estremo che resterà segno di contraddizione. Intuisce, Gesù, che quella croce resterà divisione? Che molti si getteranno in ginocchio, finalmente vinti ed altri – ancora e ancora – bestemmieranno? Gesù osa. Gesù accetta. Osa e accetta perché ama, osa e accetta perché crede nell’uomo incredulo. Eccolo, dunque, Dio: nudo, appeso ad una croce, grondante sangue e disperazione. Finalmente cancellato, finalmente allontanato dall’uomo che crede di sapere, che immagina di riuscire. Eccolo: Dio è nudo, svelato, consegnato, donato, vulnerabile e fragile come mai. Per amore, per dono. Venerdì, amici, al lavoro, a scuola, dove sarete, fermatevi e guardate. Talmente abituati a tenere tutto in mano (anche la nostra vita di fede) sapremo sederci e guardare? Dio ora è protagonista, altro è il gioco che ora si gioca: vita e morte si affrontano, le tenebre che sfigurano l’innocenza degli uomini scatenano il loro impero. Sapremo sederci e guardare? Una croce, un crocifisso che svela – a chi ha ancora la voglia di capire – il mistero di Dio, dell’uomo, della vita. Dio muore per amore, Dio è così. Luca, di cui leggiamo la Passione quest’anno, lascia emergere tutta la sua esperienza nel racconto: è piena di tenerezza la sua passione, piena di miracoli (l’orecchio riattaccato del servo, Gesù che consola le donne, Erode e Pilato che diventano amici, il buon ladrone che si converte), senza eccessi, senza traumi. Luca concentra il dramma al Getsemani, nella lotta (Agonia viene da agone=battaglia) tra la luce e le tenebre. Il demonio, ora, è presente, è tornato per l’ultima, decisiva tentazione, per vincere. Cosa avrà suggerito all’umanissima angoscia di Cristo, cosa gli avrà mai detto per desistere? Una cosa sola: è tutto inutile, Gesù. Inutile il sacrificio che stai per fare, la gente non ha capito, né capirà, i tuoi amici più fedeli hanno appena litigato per dividersi la gloria, e ora dormono. E’ inutile, perché morire? Luca dice che un angelo venne a consolarlo. Che gli avrà mai detto? Cosa gli avrà fatto vedere per convincerlo? Noi, gli avrà fatto vedere noi. Me, tu che leggi. Noi siamo qui per dare coraggio al Signore, a dirgli: non è inutile, Signore, non è inutile, mi hai salvato, mi hai cambiato la vita. Io sono la consolazione di Dio.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.