Sono un po’ stordito dal sonno, in verità.
La notte non è stata sufficiente per riposarmi, ma non importa.
A metà mattinata e a pranzo vedrò delle persone qui a Rhêmes, una della mie ex parrocchie, e ho deciso, prima, di salire al rifugio Benevolo in bici, per iniziare bene la giornata.
Il sole del mattino lambisce la poderale che si inerpica sopra Fos.
Pedalo e sudo, alzo lo sguardo a contemplare la mia Granta Parey.
Qualche marmotta, curiosa e paurosa, lancia un lungo fischio per avvisare le colleghe del mio arrivo. Una marmottina, più coraggiosa, corre avanti a me per qualche decina di metri. Ora supero il ponte: so che sto affrontando l’ultimo tratto, il più ripido. Sbuffo e tendo i muscoli, ma infine arrivo al rifugio.
Sono le nove, gli escursionisti della giornata sono ancora lontani. Accetto volentieri un caffé dal gestore, si parla della crisi e della mancanza di gente. Poi decidiamo insieme di andare dietro al rifugio per fare una preghiera per Ale.
Ale era un ragazzo genovese che ha fatto la stagione qui per qualche anno.
A soli vent’anni una crisi cardiaca lo ha portato altrove.
Ora siamo nel praticello sotto il rifugio, lontano dal sentiero, dove i ragazzi di servizio dormivano in tenda. Di fronte a me la Granta che troneggia.
Il ricordo di Ale è doloroso. Lo affido. E affido i suoi, soprattutto.
Risaliamo verso il rifugio: davanti a me, sul pendio che discende verso la cascata, trovo una fioritura impressionante di fiori a stelo lungo, dal viola al lillà.
«Non era mai successo: abbiamo fatto un sacco di foto. Sarà merito della tanta pioggia e del caldo», mi dice il gestore.
A volte il più grande dolore e la più grande gioia vivono accanto.

Dal dolore alla gioia
Elia è sconfitto, devastato, vuole morire.
Vive in un momento delicato della storia di Israele: il re si è sposato con Gezabele che, dal suo paese d’origine, ha pensato bene di portarsi, oltre alla dote, anche la fede nei Baal, con, a seguito, quattrocento sacerdoti. Il popolo ha apprezzato la novità, in fondo credere sempre nello stesso Dio è noioso. Elia, l’ultimo profeta in Israele, inorridito, sfida i sacerdoti di Baal sul monte Carmelo e vince. La folla esulta, è in delirio, cambia nuovamente opinione: il Dio dei padri è più forte dei Baal. Elia si lascia prendere la mano e incita la folla a uccidere i falsi profeti: sarà un massacro. Gezabele, ovviamente, cerca Elia per ucciderlo. Il profeta fugge spaventato nel deserto e lì, nel silenzio, scopre l’enormità della stupidaggine che ha fatto.
Dio non si annuncia con la spada, mai.
Elia sente di non essere migliore dei propri padri, di non essere speciale, di avere tradito la missione affidatagli. Dio interviene e lo invita a non morire nel deserto, ma ad attraversarlo. Alla fine del percorso Elia arriva all’Oreb. E incontra Dio, infine.
Il suo orecchio si è fatto fine, l’umiltà ha prevalso, la verità si fa spazio. Dio non è nel tuono, nella paura, nella forza. È nella brezza leggera del vento del deserto.
«Che fai qui Elia?», gli chiede Dio.
Lo invita a consapevolezza, ora che ha misurato il proprio limite.
La risposta del profeta è tenerissima: «Sono pieno di zelo». Come a dire: perdonami, se ho sbagliato. Ma l’ho fatto per eccesso, non per difetto.
Dio è nel vento. Nel deserto. Nel silenzio.

Dalla gioia al dolore
Zelo che ritrovo nel gesto ingenuo e coraggioso di Pietro che vuole camminare sulle acque in tempesta come il suo Maestro.
La folla, sazia, se n’è andata. Gli apostoli sono storditi dagli eventi, quello che Gesù ha appena compiuto è il miracolo più eclatante, il più appariscente. Ora il Maestro sale sul monte a pregare e costringe gli apostoli a precederlo sull’altra riva: non vuole che si lasciano travolgere dall’inatteso successo.
E, quando sono in mezzo al lago, arriva la tempesta. Inattesa e sgradita, perché giunge nel momento della massima gioia, come spesso accade nella vita.
Al discepolo il dolore non è evitato, al discepolo la prova non è condonata.
Ci sono momenti, nella nostra vita, in cui abbiamo l’impressione di affondare.
La barca della nostra vita fa acqua, le onde ci terrorizzano: Dio è lontano, assente, non sappiamo che fare della nostra vita, il dolore soffoca il seme di buon grano che sta germogliando. Anche la Chiesa vive la stessa fatica: continuamente sballottata dalle proprie incoerenze e dall’antipatia della storia, fatica a tenere la barra puntata verso il Regno.

Eccolo
Ma proprio quando l’onda è alta su di noi, proprio quando ci sembra di essere sconfitti, qualcosa accade. Gesù cammina sulle acque tempestose e ci ripete: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».
Israele è sempre stato un popolo da terraferma: e il mare in tempesta rappresenta il peggior incubo immaginabile per un ebreo.
Gesù viene camminando sulle acque, padroneggiando proprio le paure più terribili che possiamo immaginare, quelle che ci impediscono di gioire, che ci tagliano il fiato.
Pietro si tuffa, anche lui vuole camminare sulle acque, sulle difficoltà: si fida, muove i primi passi e poi miseramente sprofonda nel lago agitato.
Non basta il coraggio per camminare sulle acque del dubbio, Pietro ancora deve attraversare il deserto per crescere. Non si getterà più dalla barca, non vorrà più per sé un futuro eroico con una fede eclatante, starà seduto a guidare il timone per portare i fratelli all’altra riva.
Davanti ai dubbi di fede, davanti alle tempeste della vita, il discepolo è chiamato, come Elia, ad ascoltare nel suo cuore il silenzioso mormorio di Dio, recuperando quella dimensione assoluta che è il silenzio, la preghiera, l’ascolto meditato del grande e quieto oceano della presenza di Dio, per vedere il volto di Dio che si nasconde nel vento, che pare evanescente come un fantasma.

Splendidi i fiori. Guardo il loro percorso: dal rifugio scendono a valle per una trentina di metri. Ho un’intuizione che il gestore mi conferma, sorridendo. Sì: crescono nel percorso di svuotamento della fossa dei liquami.
Come cantava un grande poeta concittadino di Ale: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

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