La Trasfigurazione. Mentre scrivo la luce del sole si riflette sulla neve abbondante caduta nei giorni scorsi e credo che il Tabor, piccola collina che increspa la pianura, arrossirebbe davanti alla serena imponenza delle montagne che mi circondano in questo nevoso mese di marzo in alta quota… La Trasfigurazione: momento in cui Gesù svela il suo mistero, momento in cui Gesù vuole accanto a sé i suoi amici per mostrare loro il suo vero volto; ed è luce, bagliore, gioia pura e accecante al punto che gli apostoli stessi faticano a descriverla… Il Rabbì Gesù svela la gloria, la santità che ogni uomo cerca nel suo rapporto con Dio: non più grande uomo, ma svelamento di una realtà incredibile e inattesa. Tabor segna, incide il cuore degli apostoli, ed il nostro. La Trasfigurazione è la méta a cui siamo chiamati in questo cammino di Quaresima: è là che siamo diretti. Il deserto che abbiamo iniziato a percorrere per ritrovare lucidità mentale e verità, i gesti (preghiera, digiuno, elemosina) che stiamo compiendo per rafforzare la nostra interiorità arrivano lì, al Tabor. Guai se non fosse così! Troppi pensano al cristianesimo come alla religione della penitenza e della mortificazione! Troppi si avvicinano a Dio nella sofferenza e fermano il loro sguardo alla croce. No: non c’è salvezza nella croce se non dopo la Resurrezione. E il cristianesimo è anzitutto la religione del Tabor che ci permette di salire sul Golgota. La sofferenza nella vita c’è, e lo sappiamo. Vorremmo ignorarla o toglierla. Dio fa di più: la trasfigura, la feconda, la vivifica. In questa seconda tappa del cammino ci viene ricordato semplicemente che siamo fatti per il Tabor, che lì arriveremo la notte di Pasqua. Gioiamo sin d’ora per ciò che vivremo, assaporiamo da ora la gioia che ci attende. Siete già saliti sul Tabor nella vostra esperienza di fede? Sì, amici, perché Dio ci dona – a volte – di assistere alla sua gloria. Un momento di preghiera che ci ha coinvolto, una messa in cui siamo stati toccati dentro, una giornata in quota in mezzo alla neve con la bellezza della natura che diventa sinfonia e ci mozza il fiato. Attimo, barlumi, in cui sentiamo l’immenso che ci abita. E il sentimento diventa ambiguo: talmente grande da averne paura, talmente infinito da sentircene schiacciati. E’ la paura che prende Pietro e compagni, è il terrore che abita Abramo prima di incontrare il suo Dio. Il sentimento della bellezza di Dio, la percezione della sua maestà ci motiva e ci spinge. Pietro lo sa: “E’ bello per noi restare qui”. Finché non giungeremo a credere per la bellezza che ci avvolge, ci mancherà sempre un tassello della fede cristiana. Non è forse questa la fragilità della nostra fede? Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità? Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede? Nel celebrare il Risorto? E’ noioso credere, è giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe al pena ricuperare dentro di noi questo senso dello stupore e della bellezza, questo ascolto dell’interiorità che ci porta in altro, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. Certo: la vita non è sempre Tabor e alle volte si fatica, e tanto. Ma, ricordate? Stiamo proprio facendo deserto per riscoprire che siamo viandanti, pellegrini, cha la nostra patria è altrove. Come Abramo ascoltiamo la promessa di un Dio che ci invita a guardare le stelle, ad alzare lo sguardo, come Paolo ci incoraggiamo a vicenda guardando al nostro destino di trasfigurati. Gesù parla con Mosé ed Elia della sua dipartita. Gesù già vede profilarsi un altro monte, una definitività, la croce, drammaticamente necessaria per gridare al mondo il vero volto di Dio. Che mistero! Dio stesso attraversa questo deserto, Dio stesso è chiamato ad avere fede, Dio stesso ha bisogno di essere rassicurato ed incoraggiato. Il grido del Padre verso Gesù “ascoltatelo!” è l’atteggiamento per continuare questo cammino dei deserto che ci è donato. Per arrivare la Tabor.

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