Esiste un’abitudine irriducibile durante le nostre Messe. E’ la famosa "sindrome del registratore". (Non so se è famosa e non so se chiama così, ma la riconoscerete senz’altro!). Consiste in questo: il sacerdote prega, parla, segue il libro, e, a parte le letture e l’omelia, dice sempre le stesse cose (o almeno così ci sembra, senza mai realmente ascoltare ciò che dice). Perciò, quando attacca l’offertorio, parte il nostro registratore interno che ha le risposte calibrate al punto giusto e stiamo lì ad aspettare il momento della comunione, perdendo, il più delle volte, il significato di ciò che sta succedendo.
Tra i molti passi ultraconsumati e ultraconosciuti c’è quella strana affermazione che il celebrante fa dopo la recita della preghiera del Signore: "Liberaci o Signore da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo". Clic, vai col seguito. No, calma. Cosa abbiamo detto? Mi pare che, tradotto un po’, significhi: "Signore, dacci una mano tu nella vita, rendici sicuri, saldi, dacci la forza mentre aspettiamo che tu ritorni". Prego? E da quando in qua la nostra "beata speranza" consiste in questo?Sapevate che aspettiamo il Signore? Sapevate che, come cristiani, pur vivendo il presente, abbiamo lo sguardo teso verso il futuro? Spero di non scuotere nessuno se affermo che prima o poi tutti moriremo. Ma viviamo come se non dovesse mai succedere … E’ terribile ciò che dico, ma abbastanza vero: siamo finiti nella dimenticanza. Di morte non si parla, o se ne parla male, nessuno che ti dia uno straccio di suggerimento per morire. Anzi, meglio non parlarne, e, sempre di più, si fa fatica anche a parlarne con i propri famigliari, magari malati terminali. Eppure: il senso della morte non è forse fondamentale per vivere? Sapere cosa sono, che mi accadrà, non è forse indispensabile per vivere con serenità? C’è bisogno di Vangelo per vivere, e per morire. Non come se la morte fosse una tragedia immane da temere ed evitare, non come lo scacco definitivo alle nostre tante ambizioni. No: la morte va letta nel contesto della fede, alla luce di questa pagina che ci invita alla vigilanza, ad aspettare con ansia, con perseveranza il ritorno dello sposo. Ce la faremo? Riusciremo finalmente ad ascoltare il più profondo e il più vero che c’è in noi per sentire il rumore della sorgente che ci ha creati e del mare a cui siamo destinati? Vivere alla presenza del ritorno di Gesù, dell’abbraccio finale, significa fin d’ora cambiare la nostra vita, orientarla verso il Signore, far diventare la nostra vita una veglia nella notte, rendersi conto che la nostra tenda non è piantata per sempre su questa terra, ma che altre terre ci aspettano. L’eternità, per ognuno, è già iniziata il giorno della nostra nascita ed è l’ounica occasione che abbiamo per spenderla bene, per farla fiorire là dove siamo stati piantati. Credo che un po’ di sano realismo e un briciolo di crudezza eviterebbe montagne di litigi, di alterchi, di antipatie. Basterebbe fare memoria che siamo di passaggio, che il nostro Destino è diverso, più grande, per evitare le trappole della presunzione di immortalità. Sì, Qualcuno ci aspetta, oltre il salto, Qualcuno ci abbraccerà, se lo desideriamo come un’arsura già da questa vita. Gesù, chiosando quanto ci ha detto nelle ultime settimane, dal buon Samaritano a Betania, ci invita alla fiducia: non dobbiamo temere perché al Padre è piaciuto darci il suo regno. Vivere in questa prospettiva significa non lasciarsi consumare dal quotidiano e dall’affanno del presente, ma alzare lo sguardo (o, meglio, buttarlo dentro) per vedere la presenza del Signore. Siamo stanchi di un cristianesimo solo “fuori”, abbiamo urgenza, il nostro mondo ha urgenza, di allargare gli orizzonti, di scrutare l’altrove. Sì, aspettiamo la beata speranza del ritorno del Signore Gesù.

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