La mission impossibile di questo avvento 2004, dicevamo, è quella di sopravvivere all’altronatale, al natale tarocco che ha ormai occupato ogni spazio, il natale fasullo che è come quello vero, ma senza Dio, il natale che prepara la festa con luminarie e festoni, dimenticando di invitare il festeggiato. Natale diventa – ahimè – la festa dei buoni sentimenti che solleticano l’emozione allontanando la conversione. Il Natale cui ci stiamo preparando, invece, è un pugno nello stomaco, la sfida di un Dio presente, debole, fragile come è fragile un neonato e che chiede di essere accolto dall’uomo, da ogni uomo, chiamato a scegliere tra la luce e le tenebre.
Dopo avere incontrato in settimana Maria di Nazareth, oggi torniamo a riflettere a partire dalla testimonianza del Battista, vero pilastro della preparazione all’accoglienza di Dio.


Un Profeta dubbioso
Il Giovanni che incontriamo oggi è ben diverso di quello esaltato e scontroso della scorsa settimana. Ora Giovanni è in carcere, sa che sta per essere giustiziato a causa della sorda rabbia di una concubina e dalla debolezza di un re-fantoccio, ha vissuto tutta la sua acida vita solo per preparare la strada al Messia, lo ha riconosciuto il Messia, nascosto tra la folla dei penitenti che giungevano a farsi battezzare.
Ma ora è perplesso, Giovanni, dubbioso. Le notizie che gli giungono dai suoi discepoli lo lasciano costernato. Il Messia non sta seguendo le sue orme, non incita con veemenza la gente, ha assunto un profilo basso, mediocre. Giovanni (ricordate?) minacciava la vendetta di Dio, il fuoco divorante. Gesù, invece, propone un perdono incondizionato, rimette le colpe, non minaccia né attua vendetta, dice che quel fuoco lo vuole accendere, certo, ma a partire dall’amore, non certo dal timore. Troppo diverso questo Messia dal Messia atteso da Giovanni e da Israele, troppo diverso.
Dio ci spiazza sempre, è sempre radicalmente diverso da come ce lo immaginiamo. Anche le persone che, come Giovanni, vivono la radicalità della fede, rischiano di costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza. La venuta di Dio che Giovanni – e noi – si aspetta, è una venuta evidente, un irrompere nella storia con fragore assordante e schiere di angeli. Ce lo immaginiamo così, Dio, inutile nasconderselo. Gesù, invece, ci svela il volto di un Dio celato, evidente, sì, ma non banale, pieno di ogni tenerezza e sensibilità. Abituati, come Giovanni, a dividere il mondo in buoni e cattivi, i buoni (spesso noi!) da salvare e i cattivi da punire, per rimettere un po’ in sesto il palese squilibrio di questo mondo, che premia gli arroganti e bastona i giusti.
Gesù ci spiazza svelandoci che Dio, invece, divide il mondo in chi ama, o cerca di amare, o almeno si lascia amare, e chi no. E l’amore è una possibilità immensa, l’unica cosa che tutti ci lega. Non i risultati, non gli sforzi, non le buone azioni ci salvano, no, ma la volontà di amare nella fragilità di ciò che siamo o che vorremmo essere.
Siete certi di Dio? Riprendete in mano il Vangelo e chiedete nella preghiera, a Dio, di condurvi nell’autenticità, sempre. Siete pieni di dubbi? Anche il più grande degli uomini, l’ultimo dei profeti, è stato assalito dai dubbi.


Andate a dire a Giovanni
E Gesù, ovvio, non da’ una risposta ai discepoli del Battista. La fede non è evidente, Dio non è il risultato di un ragionamento scientifico, niente `prove` nella fede. Indizi, solo deboli indizi che lasciano intatta l’ambiguità del segno. Non è Dio che deve dimostrare qualcosa, sono io che devo cambiare ed accorgermi. Gesù elenca i segni messianici profetizzati da Isaia e dice a suo cugino: `Guardati intorno, Giovanni`.
Guardiamoci intorno e riconosciamo i segni della presenza di Dio: quanti amici hanno incontrato Dio, gente disperata che ha convertito il proprio cuore, persone sfregiate dal dolore che hanno imparato a perdonare, fratelli accecati dall’invidia o dalla cupidigia che hanno messo le ali e ora sono diventati gioia e bene e amore quotidiano, crocefisso, donato.
Guarda, Giovanni, guarda i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.
Anch’io li ho visti, quei segni. Anch’io – credetemi – ho visto la forza dirompente del Vangelo, persone cambiare, guarire, vedere. Anch’io ho visto nelle pieghe del nostro mondo corrotto e inquieto gesti di totale gratuità, vite consumate nel dono e nella speranza, squarci di fraternità in inferni di solitudine ed egoismo. Ho visto amici, i tanti segni del Regno. Che sia questo il problema principale? Una miopia interiore che ci impedisce di godere della nascosta e sottile presenza di Dio? Prepararsi al Natale significa, allora, convertire lo sguardo, accorgersi che il Regno avanza, è presente, che io posso renderlo presente.
Impariamo a riconoscere i segni della presenza di Dio, alziamo lo sguardo dal nostro dolore per accorgerci della salvezza che si attua nelle nostre soffocate città.


Un racconto per dire meglio
Un giorno Giulia ricevette un fresco mazzo di fiori in ufficio. Stupita, visto che non ricorreva nessun anniversario in quel giorno, né il suo compleanno, né nessun altra ricorrenza da festeggiare, cominciò a chiedersi chi gliel’avesse mandato… ripercorse mentalmente tutte le persone che le volevano bene, o a cui aveva fatto un favore. Nulla. Tutto il giorno scrutò volto per volto, dai suoi genitori ai colleghi d’ufficio, cercando di svelare il mistero, ma non riuscì a trovare una ragione sufficiente per un gesto del genere. Giunta la sera, quand’era rientrata a casa, squillò il telefono.
Era Carla, sua amica d’infanzia. Disse `I fiori te li ho mandati io, dopo averti visto così depressa ieri. Senza biglietto, così che tu passassi la giornata a pensare a quante persone ti vogliono bene e avrebbero potuto mandarteli. So per certo che questo ti ha cambiato l’umore!`

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