Il sole non riesce ad opporsi al vento freddo del nord in questa curiosa primavera.
Qui a Pra ‘d Mill, comunque, si sta meglio che nella mia raggelante Etroubles. Approfitto del silenzio monastico e di un angolo al riparo dal vento per meditare la pagina di vangelo della prossima domenica. A dire il vero è la terza volta che la leggo, poi apro i commenti che ho scritto negli scorsi anni e li richiudo.
Passeggio nervosamente: a me questa domenica del buon pastore lascia perplesso.
Mi siedo e socchiudo gli occhi lasciando che il sole mi scaldi il viso. Ai miei piedi Lillo, il coccolatissimo cane dei monaci, apprezza il sole più di me. Sento il suo corpo steso contro la mia gamba e penso alle splendide riflessioni di Paolo De Benedetti che ho appena letto sulla profonda empatia tra esseri viventi, uomini e animali, presente nella Bibbia e nella teologia ebraica e che noi cattolici, ahimè, abbiamo scordato.
Gli animali, contrariamente a noi, non hanno peccato eppure condividono la nostra stessa sorte. Siamo loro debitori, siamo chiamati a salvarci per salvarli, tutti insieme, noi e loro.
I castagni che popolano il vallone sopra Bagnolo aspettano ancora qualche raggio di sole per convincersi ad abbandonare il letargo invernale.
Penso a Gesù buon pastore, me lo rivedo nelle patinate ed improbabili rappresentazioni della mia infanzia. Riprendo per l’ennesima volta il testo.
Adesso capisco il mio disagio.

Schiaffoni
Sento stridore fra quell’immagine e le parole che sto leggendo. Sento tensione e nervosismo nelle affermazioni di Gesù, fatica e grinta. Altro che zucchero e melassa, e fluenti capelli che cadono sulle spalle, e sguardo pietoso rivolto all’agnellino!
Gesù pronuncia le parole sul buon pastore in un clima di feroce avversione e, malgrado questo, non ha peli sulla lingua.
Di fronte a sé ha la classe religiosa del tempo, forte come non accadeva da tempo, rinata grazie alla ricostruzione del nuovo tempio, geniale opera erodiana. Di fronte a sé ha gli scribi, conoscitori della scrittura e della Legge, la classe sacerdotale, detentrice del restante potere giudeo, i farisei, gli ultras della fede, i puri e duri.
E dice loro: avete messo il popolo in un recinto fatto di prescrizioni, di lacci e di lacciuoli, di regole e di interdetti. Avete ridotto il popolo a gregge di pecoroni che devono obbedire senza riflettere. Avete scordato l’essenziale, il volto amorevole del Dio di Israele.
E lo avete fatto perché ne avete un tornaconto, tutti. Un tornaconto legato al potere, al denaro, all’influenza, alla dignità recuperata. Non vi importa veramente di cosa vive la gente, la giudicate e basta, la usate. Ma la gente non vi ascolta più, parlate due lingue diverse, non ha più fiducia in voi. La gente aspetta un nuovo re Davide che da pastore è diventato condottiero, che non si è montato la testa, che non a mai scordato la sua origine e la sua missione.
Questo dice Gesù, consapevole della gravità delle sue parole, cosciente della durezza del suo giudizio.
La gente è stufa marcia dei mercenari. La gente ascolta altre parole, parole dette per amore, dette con passione, dette con forza. Le sue parole.
Gesù, messia-pastore, è colui che può far uscire le pecore dal recinto e portarle al Padre.

Il Buon Pastore
Gesù si presenta come un pastore buono, cioè capace e misericordioso e come pastore “bello”, cioè capace di amare da adulto, di servire l’umanità, di prendere sul serio il proprio ruolo perché profondamente appassionato del bene dell’uomo.
Gesù è venuto a chiamarci per nome, per condurci al Padre.
Chiede ai suoi discepoli un rapporto personale, intimo, coinvolgente. Occorre passare attraverso Gesù, attraversare Gesù. Non dice di essere la porta dell’ovile, ma delle pecore. Gesù si presenta come colui che possiamo incontrare, attraversare, come colui che ci dona accesso ad un mondo altro, ad un modo di vedere noi stessi e gli altri completamente diverso. Gesù chiama le pecore per nome e le pecore riconoscono la sua voce, perché è una voce che parla direttamente al cuore, che salva, che riempie, che consola, che scuote, che dona energia, che perdona, che inquieta, che sconcerta, che porta a verità, alla verità tutta intera.
“Attraversare” Gesù significa passare in una porta stretta, lo sappiamo, in cui ci è chiesto di essere autentici, di essere disarmati, di essere affidati e nudi di fronte a lui.
Gesù ci chiede di configurarci a lui, di dilatare il nostro cuore, di allargare i nostri orizzonti, di fuggire la piccineria, fosse anche santa e devota, per perdere la nostra vita donadola, come egli ha voluto e saputo fare.
Cosa abbiamo da temere? Nessuno ci può strappare dalla mano del Padre.

Guardiani
Il guardiano gli apre.
Il guardiano del gregge sa di non essere lui il pastore, ma di avere ricevuto il compito e l’onore, il peso e la gioia, la croce e la gloria di vegliare sul gregge in attesa dell’arrivo del pastore. No, non sa dove siano i pascoli erbosi, è solo un guardiano, anch’egli chiamato a custodire il proprio cuore nell’attesa della venuta del Maestro. Anch’egli in attesa trepidante di ascoltare la voce del Maestro.
Lo sa Pietro, guardiano masticato dal limite, guardiano scelto per primo e per ultimo convertito alla notizia della resurrezione. Lo sa Pietro, ora consapevole perché redento, ots redento perché consapevole, ora capace di vegliare senza spadroneggiare sul gregge perché guarito dal suo ego spirituale. Lo sa Pietro che scongiura coloro che hanno rifiutato Gesù  di accogliere la salvezza.
Lo sa Pietro, qualche anno dopo, scrivendo alla sua comunità che soffre le contraddizioni del mondo e la fragilità dell’essere Chiesa, ammettendo di essere lui stesso, tenero!, una pecora errante, non più guardiano, e di essere in attesa di colui che, per Pietro, ora è diventato pastore e guardiano delle anime (cfr 1Pt 2,25).

Pecore e pastori
Gioite, cercatori di Dio. Esultate, anime in pena! Rinsaldate le ginocchia vacillanti, gregge di Dio.
Non pecoroni, non beoti, non rassegnati, non storditi dal delirio della contemporaneità, ma amati e chiamati per nome, portati a salvezza e libertà dall’Unico che vi conosce!
Gioisci, Chiesa di Dio, sogno del risorto, passione dell’incarnato, tormento dei discepoli! Tu Chiesa, capace di Dio, chiamata a vegliare con sincero amore il gregge dell’umanità tu, guardiana, non mercenaria, ansiosa di indicare il Cristo a chi cerca la vita in abbondanza!
Ai discepoli il Signore chiede una vita più piena, più vera, non una mezza vita come alcuni stolti credono (Anche tra i discepoli!), una vita donata in abbondanza.

Il sole ora scalda. Sorrido e apro gli occhi. Lillo mi riporta a realtà sbadigliando sonoramente.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.