Beati noi che ascoltiamo. Beati noi che vediamo.
Beati noi che crediamo, nonostante tutto, malgrado i mille dubbi, malgrado le difficoltà, malgrado noi.
Beati perché la Parola ancora ci scuote, ci riempie, ci affascina, ci interroga, ci fa gioire.
No, non lo vediamo Cristo, ne vediamo solo l’ombra, ne sentiamo l’odore, ne indoviniamo il profilo.
Non sono stati più fortunati di noi coloro che l’hanno visto e ascoltato di persona.
Molti hanno ascoltato senza udire, molti hanno guardato senza vedere.
Come capita ancora oggi.
Dio non si stanca di seminare la Parola, non si stanca di fecondare i nostri cuori.

Il seminatore
La parabola che ascoltiamo oggi è raccontata da Gesù da una barca ormeggiata sulla riva del lago.
Ci sono stato, in quel luogo, più volte. Si trova vicino agli scavi archeologici di Cafarnao. È un’ampio spazio naturale a forma di anfiteatro. La memoria dei cristiani del luogo ha tramandato questa tradizione, come dalle mie parti si indicano luoghi testimoni di eventi risalenti al medioevo.
Ci sono stato più volte, e me lo sono immaginato il Nazareno che parla a uomini e donne seduti sull’erba, tutti stupiti e ammirati dalla semplicità delle parole del Rabbì.
E la parabola del seminatore, così semplice, così forte, così evocativa di gesti che gli astanti conoscevano benissimo, ci dice molte cose. Di Dio e di noi.

Di Dio
Dio parla all’umanità, e lo fa continuamente, e lo fa generosamente, lo fa senza pentirsi.
Lo fa con discrezione, senza urlare. Per ascoltare la sua Parola occorre prima imparare il silenzio del cuore, occorre aprire l’udito dell’anima, la vibrazione dell’essere profondo.
Forse per questo molti accusano Dio di tacere, perché non hanno ancora imparato ad ascoltare.
Siamo talmente disabituati all’ascolto! Gesù ne è certo: Dio semina e semina con generosità, con un pizzico di follia, non ha paura di gettare la Parola sull’asfalto, non lesina la sua voce.
La parabola ci dice che Dio rispetta i nostri tempi: il fatto che Gesù parla in parabole situa l’annuncio nella sfera della poesia, non degli editti imperiali, colloca la Parola nel mondo della volontà e della conversione, non in quello dell’autorità e della forza.
Si propone Dio, non si impone. Mai.
Ci lascia liberi. Sempre.
La Parola è donata, a noi di farla crescere.
Dio che ha fatto l’uomo dal nulla, non fa nulla senza l’uomo, dice Agostino.
Mi torna in mente quel “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” della genesi, dove Dio chiede all’uomo stesso di fare l’uomo. Dio è colui che ci svela a noi stessi, che ci lascia il compito di lasciar crescere la Parola, ci dona responsabilità, ci pone davanti alle nostre possibilità.

Di noi
La parabola dice chi è l’uomo.
L’uomo che è creato per relazionarsi, per dire, per dirsi, per ascoltare, per ascoltarsi.
L’essere umano è, prima di ogni altra cosa, uditore, ascoltatore.
Compiendo la meraviglia del Creato, l’uomo è dotato del dono più straordinario: l’ascolto, la comprensione, la capacità di cogliere il senso profondo.
Ma questo ascolto è inquinato, disturbato dalla nostra fragilità.
Soffriamo di non essere all’altezza, di non essere capaci. E Gesù parla di questa incapacità, ci ammonisce, ci invita a superare la tentazione.
Il primo rischio è quello di lasciarci portare via la Parola.
Abbiamo così tante cose da fare! Abbiamo così tante parole nelle orecchie! Abbiamo così poca voglia di sentire delle parole esigenti! Così gli uccellacci del malaugurio ci strappano la Parola. Gli uccellacci suggeriscono: come possiamo ascoltare la Parola se chi la pronuncia è incoerente? Come possiamo ascoltare la Parola così difficile da capire? Meglio lasciar perdere.
E, così, ci perdiamo Dio.
Il secondo rischio, lo dice il Signore, è quello della mancanza di costanza. Dio si dona, è accessibile, evidente, a noi di riconoscerlo, di incontrarlo, di accoglierlo. E questo richiede fatica, minima, ma pur sempre una fatica. Fatica di esserci, di ascoltare, di lasciare penetrare le sue parole nel nostro cuore, di tornare all’essenziale.
Buffo: siamo disposti ad ogni sacrificio per perdere qualche chilo, per sviluppare qualche muscolo, per assumere un aspetto più gradevole.
Non riusciamo, invece, a mettere un briciolo di costanza nella vita interiore per incontrare Dio.
Infine, dice il Maestro, le preoccupazioni del mondo soffocano il seme. Siamo travolti dalle cose da fare, e spesso non possiamo farci nulla, il nostro mondo ci costringe ad assumere ritmi incalzanti.
Ma possiamo continuamente ri-orientare la nostra vita, mettere Dio al centro, volgere lo sguardo verso di Lui. Incontro molti discepoli che, pur avendo conosciuto il Signore e seguendolo con decisione, ragionano di fede come ragionano nella propria vita. Quando capiremo che la vita interiore è abbandono di sé, non efficienza e conseguimento di risultati?

Grano
Chi produce frutto? Chi lascia germogliare il seme?
Chi ascolta la Parola, chi la cerca, chi la desidera.
Chi è stupito di potere ascoltare, chi è meravigliato di essere amato.
Chi è il terreno buono della parabola?
Io credo che “terreno buono” sia chi si è riconosciuto almeno un po’ nei precedenti terreni.
È terreno buono chi, con semplicità, ascoltando questa parola, ha sentito nel suo cuore la durezza, l’incostanza, la preoccupazione, e teme di perdere la Parola.
Sei deluso della tua nascente vita di fede? Fatichi a restare fedele al Signore? Hai grande nostalgia di Dio ma la vita ti inganna? Leggi queste parole e senti un tuffo al cuore?
Buone notizie, fratello, la Parola sta crescendo in te.
Beati noi, invasi dalla Parola.

A margine
Il sole ora è alto e comincia a scaldare. La neve, qui in vetta, è abbondante. Sorrido guardando il basso: la città si sta svegliando, non sono ancora le otto del mattino. Più sotto vedo le cordate che arrancano. Scendendo ci incoraggeremo a vicenda: “Bravo, ce l’hai quasi fatta, manca poco, solo una mezz’ora e sei in vetta!”. Sui volti di chi sale vedo la fatica che era la nostra, fino a una mezz’ora fa.
Ma ora sono qui, prego Maria, con semplicità.
È la quinta volta che il Gran Paradiso mi onora, accogliendomi, forse l’ultima: sono arrivato in cima con troppa fatica, mi devo ricordare il limite.
Quassù, per dieci minuti, nel silenzio totale, riprendo contatto con la mia anima.
Beati noi.

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