Di quanto tempo abbiamo bisogno per credere alla Pasqua? Quante volte l’abbiamo ascoltato quel messaggio sconcertante eppure straordinario? Come gli amici di Emmaus, anche noi camminiamo tristi nella vita, non sapendo bene cosa pensare; anche noi – come Tommaso – stentiamo ad uscire dalle nostre delusioni. Eppure due caratteristiche accomunano i tre personaggi in questione: lo scoraggiamento, la delusione cocente nella propria vita e la mancanza di fiducia nella comunità; domenica scorsa Tommaso non credeva all’annuncio dei suoi amici, qui Cleopa e l’amico non credono alla testimonianza di "alcune donne, delle nostre".
I discepoli di Emmaus sono amareggiati come Tommaso, anche loro chiusi nel dolore, storditi: non si accorgono neppure che Gesù li accompagna nel loro cammino. Ne conosco molti di cristiani così: fermi al venerdì santo, devoti alla croce, ma incapaci di accogliere la gioia debordante della Pasqua. Intendiamoci: è straordinaria la nostra devozione verso il dolore condiviso da Dio nel crocifisso, è emozionante fissare lo sguardo sull’uomo che pende dalla croce. Ma se lì si ferma la nostra fede, siamo degli illusi, se Gesù non è risorto, non è che uno dei tanti personaggi della storia che non è riusciti a cambiare un bel niente. E’ molto più difficile condividere la sofferenza che la gioia, e Gesù lo sa. Cleopa e il compagno sono quasi scocciati dallo sconosciuto ospite: non si vede a sufficienza la loro sofferenza? Da dove viene questo straniero? Gesù li ascolta parlare della propria crocifissione; lui è già oltre, altrove. Amico che soffri, non vedi che il Signore ti cammina accanto? Non riesci ad alzare lo sguardo e riconoscerlo? Non c’è che un modo per uscire dal dolore: non amarlo. E Gesù lo sa: li scuote, questi discepoli assonnati e stanchi, li schiaffeggia con la Parola, li rimprovera: dov’è la loro fede? Non bisognava che accadesse tutto questo? Non hanno mai letto le Scritture? No, sono troppo di malumore per ricordarsi delle parole del Rabbì e dei profeti…
La locanda, l’invito a restare: quello straniero ha detto cose sacrosante, il cuore si è scaldato, hanno visto uno spiraglio e lo invitano a cena. E l’ospite si ferma e compie un gesto semplice, banale, visto fare mille volte dal Signore Gesù: spezza il pane e scompare. E i due capiscono, vedono ciò che l’attaccamento al loro dolore aveva loro impedito di vedere: Gesù è davvero risorto! Corrono, questa volta, tornano indietro, dagli apostoli, raccontano, gioiscono, si capacitano di ciò che davvero è successo.
Anche noi abbiamo davanti tutta la vita per accorgerci che il Maestro è vivo; anche noi siamo chiamati ad ascoltare la Parola che scalda il cuore e a riconoscerlo nello spezzare il pane, a riconoscerlo pellegrino con noi sulle strade della vita. Tutte le splendide apparizioni del Risorto seguono lo stesso schema: c’è una situazione di scoraggiamento, di stallo, lui non viene riconosciuto, poi accade qualcosa, un gesto, e Gesù viene riconosciuto: la voce per Maria, le bende per Giovanni, le piaghe per Tommaso, il pane qui a Emmaus, la pesca a Tiberiade … è come se Gesù risorto non fosse evidente, come se la sua presenza fosse velata, nascosta da qualcosa. Sappiamo riconoscere oggi il Maestro risorto nei segni? Lo sappiamo vedere e incontrare nei mille modi con cui resta in mezzo a noi? Nel grande segno dell’Eucarestia? Leggete bene: sembra una vera e propria liturgia quest’apparizione: il cammino, l’ascolto delle letture, il pane spezzato, l’annuncio. Quel gesto che – da allora – le prime comunità fedelmente celebreranno e che anche noi oggi siamo invitati a celebrare ogni domenica per riconoscere nel pane spezzato la presenza del Maestro. Un ultimo appunto: lasciamo perdere la sofferenza, ve ne prego. Trasmettiamo davvero l’idea di un cristianesimo dolorante, di una religione per casi disperati, di un Dio infermiere della Storia! So che ci sono persone che passano la vita appesi ad una croce, e li amo e li rispetto come icone del Crocifisso. Ma – molto più spesso – le nostre sofferenze sono come quelle dei nostri amici di Emmaus, incapaci di alzare lo sguardo dalla propria delusione.
Guardiamo al Risorto, fratelli, vedrete che le cose cambieranno. Scommettiamo?

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