Ieri ero sul Tabor.
Una parentesi fra una perturbazione e l’altra, in questa primavera che non sembra arrivare.
Ma ieri, no, la primavera ha ruggito. Sarà che il Signore ha ascoltato la preghiera dei camosci, o quella dei turisti (numerosissimi), o la mia, o che ha voluto sincronizzare la meteo con la liturgia.
Tant’è, è stato quasi imbarazzante: il termometro, alle due del pomeriggio, segnava dodici gradi al sole, una follia. Sciatori in maniche di camicia, qualche spregiudicata signora sulla sdraio in reggipetto (sai le ustioni alla sera!), io in mezzo a cumuli di neve, ancora un metro e mezzo, con il mio fedele Parola e Preghiera per meditare la parola di domenica prossima, e pregare con quella di oggi (dopo un giro di fondo, ovvio).
Terzo step di desertificazione di autenticità, di conversione, di vivificazione.
È al Tabor che vogliamo salire, è per vedere la bellezza soluta di Dio che vogliamo tornare ad essere autentici.
E, per farlo, la Parola ci offre tre atteggiamenti concreti: ascolta, medita, libera.

Shemà
Ascolta Israele: io sono il Signore che ti ha liberato. Non quello che ti vuol fare tribolare, o che ti manda le malattie, o che si disinteressa di te. Io sono il Dio che ti ha dimostrato mille volte attenzione, e premura, e affetto.
Le dieci parole date dal Dio liberatore ad Israele sono al cuore della riflessione di oggi.
Non dieci “comandamenti”, come se fosse il regolamento di una scuola, o il Codice della strada.
Più che comandi, “indicazioni”, proposte, percorsi.
Indicazioni per raggiungere Dio, e diventare più uomini. Il Dio che ci ha creato ci offre anche il libretto di istruzioni, una serie di indicazioni semplici per contenere l’ombra che scopriamo (ma: la scopriamo?) dentro di noi. Dieci parole per vivere.
Parole piene di assoluto buon senso, date da un  Dio che svela all’uomo il segreto della vita, che gli propone una vita in pienezza, lui che, solo, ci ha creato e sa come funzioniamo, che sceglie un popolo che percorra insieme a Lui il percorso verso la felicità.
Le dieci parole, brevi e concise per essere mandate a memoria da ogni israelita, sono indicazioni preziose per scoprire il segreto della felicità. Indicando la parte oscura della vita, le dieci parole ci invitano ad essere prudenti, ad evitare i pericoli e gli inganni della realtà, ci svelano che il peccato è male perché ci fa del male.
Noi, spesso, accogliamo queste parole come un’antipatica ingerenza dell’Altissimo, forse invidioso della nostra libertà, che ci tarpa le ali con una minuziosa serie di obblighi senza senso.
Una visione così distorta del rapporto con Dio rischia di mascherare e rendere grottesco il volto del Dio di Gesù.
Purifichiamo il nostro cuore da quest’orrenda visione della Legge, che nella Scrittura è legge di libertà, legge dell’amore, legge di verità e di crescita.

Solo Cristo crocefisso
Medita la croce. Nonostante le indicazioni, nonostante lo sforzo (sereno!) che facciamo per seguire il percorso, a volta viviamo intensi periodi di sofferenza e di stanchezza, di dubbio e di fragilità.
Paolo, scrivendo ai Corinzi, medita a voce alta: egli ha sperimentato la croce come misura dell’assoluto amore di Dio, e ha scoperto che, a volte, l’amore per essere autentico dev’essere crocefisso, cioè donato senza misura, come ha fatto Gesù.
Nella comunità di Corinto, ci sono persone che vivono in maniera esaltata la nuova fede, piena di carismi e di manifestazioni dello Spirito, e che quasi scordano al croce, argomento imbarazzante.
Come biasimarli? Quel Dio appeso non ci mette forse in imbarazzo? Lo vogliamo davvero un Dio perdente, sconfitto, ucciso?
La croce è il nuovo punto di riferimento della fede del discepolo e Paolo ammonisce severamente la comunità.

Purificare il tempio
Libera, purifica il tuo modo di rivolgerti a Dio.
Per Giovanni la purificazione del Tempio è prima di ogni altro gesto, di ogni conversione: si tratta di cacciare i venditori di fumo dal mondo della fede, per svelare le intenzioni profonde che spingono un uomo a cercare Dio; Gesù, annota Giovanni, conosce ogni uomo dentro, non ha bisogno di mediazione o consigli, sa cosa alberga in ogni cuore.
E Gesù sa bene che, allora come oggi, esiste un modo di avvicinarsi a Dio che ha a che fare più col mercanteggiare che con la fede.
Perché Gesù se la prende tanto con i mercanti del Tempio?
Posso rimanere infastidito dai tanti ninnoli inutili venduti fuori dalle porte di un Santuario, ma non mi scandalizza se qualche devoto vuole portarsi a casa un ricordo del suo pellegrinaggio!
Ciò che Gesù contesta radicalmente è la visione soggiacente a questo mercanteggiare: voler comprare dei favori da Dio.
Offrire un olocausto, gesto che in origine significava riconoscere la predominanza di Dio su ogni vita, poteva diventare una specie di contratto, di corruzione di pubblico ufficiale: cerco di convincere Dio ad ascoltarmi, gli offro qualcosa che lo possa piegare alla mia volontà…
Anche oggi succede così: partecipiamo a Messe noiosissime, facciamo qualche offerta, pratichiamo faticosamente qualche fioretto con la segreta speranza che Dio possa (finalmente) ascoltarmi.
È sempre così distratto, Dio, che si sia dimenticato di me?
Non è a un despota da corrompere, né a un potente lunatico che ci rivolgiamo nella preghiera, ma al Dio di Gesù, che sa di cosa hanno bisogno i propri figli!
La prima purificazione da fare, è quella di convertire il nostro cuore al Dio di Gesù.

Lo splendido Tempio di Gerusalemme, costruito in più di mezzo secolo anni (non è ancora concluso quando Gesù muore!), sarà distrutto in una sola notte, dai soldati romani, nella prima guerra giudaica iniziata nel 70 dopo Cristo; può accadere nella vita, di avere costruito un Tempio pieno di fede, di bellezza, di certezza, di discepolato.
E di vederlo crollare in pochi istanti.
È la notte della fede, è la prova che purifica la nostra fede, prova che anche Gesù subirà per poi risorgere trionfante e glorioso.
Come diceva il salmo domenica scorsa: “Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice”; la fede si purifica e si prova proprio nei momenti di fatica e di scoraggiamento, restando fedeli alla promessa. Ai fratelli e alle sorelle che attraversano la notte della fede, oggi il Signore dona un segno: se stesso e la propria tenacia.

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