Stupisce e scandalizza la banalità del Regno che Gesù proclama, inascoltato, nella sinagoga della piccola Nazareth. Diamine, i profeti non dovrebbero essere più austeri? Più carismatici?
Gesù non assomiglia affatto ad uno dei profeti, le sue mani sono troppo odorose di resina e dure di calli come i nodi del legno che ha trasformato in sgabello, perché traccino nell’aria le parole dette in nome di Dio!
Allora come oggi, non c’è nulla di più difficile di parlare di Cristo ai cristiani, nulla di più faticoso che annunciare il Vangelo a noi cattolici, spesso asfaltati dalla più terribile delle abitudine, la più tragica delle tentazioni: credere di credere.
Abbiamo bisogno (urgente) di profeti e di profezia, di parole che rompano il mare di ghiaccio che soffoca la nostra anima, che liberino la luce nascosta sotto il moggio.
Persone come Ezechiele, come Paolo, che non si scandalizzano della propria evidente fragilità, ma che mettono la propria vita e la propria autenticità a servizio dell’annuncio.
No, non mi capacito proprio del fatto che Gesù abbia affidato il tesoro suo Vangelo alle nostre mani, come un tesoro nascosto in vasi creta.
Che volete? Così è Dio.

Lo stile di Dio
Una cosa mi ha sempre stupito e, quando non ero credente, scandalizzato: perché Gesù ha coinvolto i suoi discepoli per annunciare il Vangelo, perché ha voluto correre il rischio di rendere poco credibile il suo messaggio attraverso il limite e la povertà dei suoi testimoni?
Non sarebbe stato più efficace un suo diretto intervento nell’annuncio? Che so, un modo particolare per dimorare in mezzo a noi?
E invece no: come accadde al simpatico profeta della prima lettura, Dio ha preso dei pastori (nell’accezione ebraica dei “vaccari”) come Amos per annunciare il suo Regno.
Povera gente, proprio come siamo noi.

Condizioni: comunione
Marco pone delle condizioni all’annuncio, una sintesi per ricordare ai discepoli con quale stile sono chiamati ad annunciare il Regno.
I discepoli vengono mandati ad annunciare il Regno a due a due.
Non esistono navigatori solitari tra i credenti, tutta la credibilità dell’annuncio si gioca nella sfida del poter costruire comunità.
Parlare della comunità in termini astratti è bello e poetico. Vivere nella mia comunità, con quel membro del gruppo, con quel viceparroco, con quel cantore, è un altro affare.
Non ci sentiremmo forse più a nostro agio da soli o, al limite, in compagnia di qualcuno a noi affine?
Gesù ci tiene alla scommessa della convivenza, fatta per amore al Vangelo.
Al di sopra delle simpatie e dei caratteri, Gesù ci invita ad andare all’essenziale, a non fermarci alle sensazioni di pelle, a credere che la testimonianza della comunione, nonostante noi, può davvero spalancare i cuori.
La Chiesa non è il club dei bravi ragazzi, non ci siamo scelti, Gesù ci ha scelto per avere potere sugli spiriti immondi.
La Parola che professiamo e viviamo caccia la mondezza dai cuori, la parte tenebrosa che ci abita.

Essenzialità
Gesù chiede ai suoi di essere essenziali: la Chiesa non è un’azienda che studia strategie di marketing adatte ai bisogni del mercato, non una holding del sacro che tenta di mantenere il potere (quale?), la Chiesa vive in relazione e in funzione del suo Maestro e Signore, attenta a occuparsi del compito affidatole: costruire il Regno in attesa del ritorno del Risorto.
L’organizzazione che si è venuta a creare in questi secoli è funzionale all’annuncio del Regno e tale deve restare.
Affrontare la Chiesa con logica e sguardo mondano uccide lo Spirito: è giusto ripensare la freschezza del linguaggio e tutto ciò che è utile all’annuncio, stando però attenti a non lasciarci soffocare dalla logica dell’organizzazione e della conservazione.
Il cristianesimo porta in sé una scandalosa fragilità (poiché i cristiani sono fragili) che può spalancare i cuori perché testimonianza della grandezza di Dio.

Dimorare
L’ultima indicazione riguarda il rimanere, il condividere.
Il cristiano non è qualcuno di appartato, di particolare, vive le stesse gioie e gli stessi dolori di ogni uomo, solo è abitato nel cuore da una speranza incorruttibile.
Il cristiano è anzitutto uomo e di un’umanità piena e dirompente, irrequieta e profonda, come ci ha insegnato la storia (anche se non sempre, a dire il vero). Gesù chiede di stare, di vivere con, di appartenere a questo mondo, fecondandolo e facendolo crescere come fa il lievito con la pasta.
Ci è affidato il Regno, ci è consegnato l’annuncio: lasciamolo emergere nelle nostre comunità, nei nostri movimenti, nelle nostre associazioni, interroghiamoci con semplicità su quanto il Signore ci chiede di vivere.

(L’Italia ha vinto la finale di calcio. Non ho seguito la partita: le coronarie non reggono lo stress dei rigori. Grande gioia, folle plaudenti, entusiasmi alle stelle. Bello, bellissimo: speriamo di mettere un decimo di quella passione nella ricerca del senso della vita!)

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