Invitati al banchetto, alla festa di Dio, corriamo continuamente il rischio di rispondere `no, grazie`, non perché siamo persone particolarmente malvagie, ma per la fatica immensa che dobbiamo affrontare ogni giorno nella vita. La parabola di domenica scorsa ci pone un interrogativo: cos’hai di meglio da fare del farti amare dal Dio di Gesù?
E’ una tensione, ovvio, un `già e non ancora`, un futuro che rendiamo presente. Ma, lo sappiamo, il rapporto fra la nostra vita e la vita `dentro`, fra l’oggi di Dio e l’oggi degli uomini è faticoso e problematico. Di questo parla lo sconcertante brano del Vangelo di oggi, del difficile equilibrio fra le cose di Dio e le cose degli uomini, fra spiritualità e politica, fra testimonianza e profezia.

La trappola
Dobbiamo darne atto: la trappola che viene tesa a Gesù dai farisei è geniale: dobbiamo pagare le tasse ai romani o no? In un paese occupato, in cui i venti della rivolta soffiavano impetuosi, l’umiliazione del pagare le tasse al potere romano era insostenibile: se Gesù avesse risposto `sì`, avrebbe avvallato l’occupazione, rifiutarsi di pagarle lo avrebbe subito schierato nel gruppo degli estremisti di tutti i tempi.
`Ipocriti`, risponde il Maestro facendosi dare una di quelle monete che i farisei si rifiutavano di restituire a Cesare e che riempivano le loro tasche: ipocriti e opportunisti. E, come sempre, Gesù cerca di riportare la riflessione ad un livello superiore, di andare all’origine delle scelte, di fondare una scelta politica: date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio.
Un’affermazione che ci pone di fronte allo scottante problema del rapporto tra la fede e le realtà del mondo e, in particolare, tra la fede e la realtà politica.

A Cesare
`Date a Cesare quel che è di Cesare`: le realtà terrene hanno una loro autonomia, una loro logica interna, non c’è bisogno di coinvolgere Dio direttamente nelle decisioni che dobbiamo prendere.
Dio Creatore costruisce dal nulla il cosmo e lo rende autonomo, a noi di scoprirne il funzionamento e le leggi intrinseche. Di più: ciò che è creato è `buono` in sé, l’uomo è chiamato a custodire questa bontà, questa bellezza usando la sua intelligenza, nella visione biblica che sa che armonia è fragile e minata dal delirio di onnipotenza dell’uomo.
Sono, perciò, chiamato a scrutare le cose e la vita per capirne il significato, non ho la verità in tasca, devo attuare quella splendida virtù che è il dialogo per vivere con gli altri: non possiamo appellarci a Dio per far passare qualche nostra opinione, non è rivelato se io debba o meno costruire quel ponte o operare quella scelta politica o attuare quella prassi economica. Dio, ottimista, ci crede capaci di gestire al meglio la splendida vigna in cui ci ha messi a vivere.
Nel presunto e pretestuoso conflitto di civiltà in atto, la soluzione è, ancora, riunire i veri credenti, non quelli che brandiscono Dio come un’arma, per trovare nel dialogo la forma della politica.
Date a Cesare quel che è di Cesare: Gesù dice che sono trattato da adulto, che Dio non mi allaccia le scarpe né mi soffia il naso, che mi è data la capacità di affrontare le difficoltà, che sono considerato capace di vivere. I farisei restano con un pugno di mosche in mano: il Rabbì non risponde alla loro provocazione, sta a loro decidere cosa fare.

A Dio
`Date a Dio ciò che e di Dio`: meditando il vangelo e le lettere di Paolo, ci si rende conto che Gesù pone l’amore verso il Padre come origine di ogni scelta. E’ come se Gesù dicesse: `Occupati anzitutto del tuo dentro, della tua interiorità, del grande progetto che Dio ha su di te, il resto verrà di conseguenza`.
Il rapporto con la realtà, in particolare quella politica, si gioca tutto in questo difficile equilibrio: mantenere un’autonomia delle realtà mondane, lasciando che esse ritrovino la loro origine in Dio.
Alieno al vangelo è l’atteggiamento di chi rifiuta il mondo rifugiandosi nel suo Dio: Gesù si è schierato, ha denunciato l’ipocrisia del gioco politico, è stato spazzato via a causa della sua franchezza. Ma alieno al vangelo è anche l’atteggiamento di chi si compromette col mondo, di chi usa la politica e il potere (anche religioso) per ottenere dei privilegi, di chi vagheggia una teocrazia o pensa di imporre la fede agli altri.
Ci è chiesto, invece, l’atteggiamento ben più difficile di lavorare al dialogo per ricondurre a verità ogni cosa. Nella Bibbia non troveremo nozioni di economia o di genetica, ma ispirandoci al Vangelo potremo giudicare la realtà.
Il mondo dice: al centro dell’economia vi è il profitto. Il Vangelo dice: al centro dell’economia vi è l’uomo.
La scienza dice: ciò che è possibile è lecito. La Parola dice: la vita è Mistero, va rispettata, ha una sua sacralità che va riconosciuta.
La politica dice: la ragione va imposta con la forza. Gesù dice: la profezia e la mitezza convertono i cuori.
Certo, di questi tempi, in questo momento storico, il rischio non è certo quello del compromesso con le realtà mondane, quanto più, invece, il rischio del rifugio intimistico nella religiosità disincarnata.
Dove sono i cristiani nell’economia, nella politica, nella scienza?
Mettiamo la nostra preparazione e la nostra intelligenza a servizio dell’uomo e del Vangelo, lasciamo dialogare la verità di Dio con le cose di cui abbiamo competenza.
In questi tempi acerbi, appena i cristiani parlano si chiede loro di occuparsi delle cose dello spirito! Cittadini del mondo, toccati dalla gioia di avere conosciuto il Cristo, chiediamo di essere ascoltati e di ascoltare, di portare una luce diversa sulla realtà, una prospettiva che ci conduce più in alto, senza fanatismi o rigidità, condividendo la stessa umanità, senza rinunciare allo splendido volto di Dio che ci ha convertito.

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