Avvertenza per gli utenti: se state per leggere questo commento in mezzo alla nebbia o in ufficio o in una qualunque situazione di stress e di rabbia, siete gentilmente pregati di rimandarne la lettur che potrebbe causare forti spinte di invidia. (N.d.A.)

Salgo spesso in montagna, di questi tempi, lo sapete.
D’altronde, se il buon Dio mi ha fatto nascere a quindici minuti dai duemila metri e non nello smog di una grande città del Nord Italia, ci sarà una ragione. Non è tutto oro ciò che luccica, ovvio: i luoghi splendidi sono anche poco raggiungibili e la gente che li abita, spesso, è molto chiusa nella mentalità; a me basta sapere che devo vivere con intensità ogni gioia che il Signore mi dona per lasciare tutto, appena possibile, e salire a Crevacol.
Scrivo questo commento dopo una mattinata passata in quota, nella neve che comincia a cedere sotto il peso del sole. Il termometro, qui ai duemilaquattrocento metri, segna due gradi sopra lo zero, all’una del pomeriggio. In realtà, il sole scalda a tal punto che devo togliermi il piumino e i guanti.
Silenzio. Solo un soffio di vento mi tiene compagnia.
Siedo sulla neve e guardo, protetto da scurissime lenti da neve. Davanti a me la quinta di montagne che chiude la Valle del Gran san Bernardo: il col Serena, il Malatrà, il Merdun… a sinistra la valle che scende fino ad incrociare, trenta chilometri più in basso, la vallata centrale di Aosta sprofondata nella foschia. Riconosco il monte Emilius che domina la capitale valdostana. Mi soffermo, lungamente, ad ammirare l’impressionante quantità di neve presente sui versanti esposti a Nord.
La mente, ora, va al Tabor.
Arrossirebbe, la piccola e verde collina nei pressi di Nazareth, vedendo i “miei” quattromila.
Ma lì, e qui, c’è una luce insostenibile, come annota oggi Matteo.
Benvenuti nella bellezza di Dio.

Lungo come un Quaresima.
Quand’ero giovane, nel secolo scorso, dopo il mio approccio alla fede, ero intimamente convinto che tutti i cristiani conoscessero la bellezza di Dio e che fosse la bellezza a spingerli a credere.
Beata stupidità.
Crescendo, e diventando prete, mi sono accorto di come, invece, la stragrande maggioranza dei cristiani non trovi nulla di bello nella fede. Molti la trovano giusta, o doverosa, o necessaria ma bella no, per cortesia. Anzi, le leggende metropolitane (dure a morire), ci fanno credere che, al contrario, è proprio la trasgressione ad essere bella.
Beata stupidità.
No, non credo che una religione così complessa come il cristianesimo, avrebbe attraversato duemila anni di vicissitudini basandosi sul senso di colpa e sul senso del dovere. Non credo che dodici pavidi pescatori e peccatori di un buco di paese occupato avrebbe potuto scavalcare lo steccato di Israele per giungere fino a noi. Non credo che i nostri genitori e i loro genitori fossero più stupidi di noi. Forse abbiamo smarrito il Tabor, prendendoci troppo sul serio.
Lo so, Dio solo sa quanto, che ci sono persone che nascono e muoiono in Quaresima.
Lo so che ci sono periodi nella vita sanguinanti in cui tutto sembra perso e Dio assente o crudele.
Lo so. Ma mi rifiuto di credere che tutti i cristiani siano sempre in croce e che rimandino la gioai ad un ipotetico aldilà.
La Chiesa, briccona, nella liturgia quaresimale ci invita a non prenderci troppo sul serio.
Se entriamo nel deserto è per salire sul Tabor, non per indossare la maschera seriosa del penitente.

Tabor
Pietro e gli altri sono esterrefatti da quanto accade: Gesù maestro, profeta affascinante, si rivela per quello che è; ed è un’esperienza travolgente, di bellezza sconfinata. Gli apostoli, inaspettatamente, si ritrovano a contemplare Gesù di Nazareth che si rivela loro nella sua forma più autentica di Figlio di Dio, quasi un’anticipazione della Resurrezione che, forse, nell’intento del Signore, serve a dare agli ignari apostoli quel po’ di coraggio necessario per affrontare il grande scandalo della croce.
Alla fine della trasfigurazione gli apostoli non vedono che “Gesù solo”.
Quando raggiungiamo, attraverso la preghiera e la contemplazione, il volto di Gesù Risorto, vivo qui e adesso, e siamo travolti, scossi e scombussolati da una tale manifestazione, non vediamo che Gesù solo. Solo lui nelle nostre scelte, nei nostri fratelli, nelle nostre giornate.
La fede non è semplice adesione intellettuale, è coinvolgimento radicale, non stanca e rispettosa osservanza di un’abitudine culturale: è esperienza misteriosa di Dio che è altro da noi (non sentimento, non impressione, non scelta ma manifestazione).
Senza Tabor, il cristianesimo manca della sua dimensione essenziale: la bellezza di Dio.

Il Dio bellissimo
Sapete perché sono prete, amici? Perché, nella mia vita, non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, e ripartire dalla bellezza.
Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci sono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati, orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo.
Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà.
I cristiani, in cuor loro, pensano che sia noioso credere. Giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido.
Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.
Belli sono i gesti di gratuità e di gentilezza, di attenzione e di compassione, belli i gesti autentici e di amore, belle le carezze e i giochi, bella la verità e la tenerezza di Dio. Bella la vita, quando impariamo a viverla e a donarla.

Vivete una bella settimana in Cristo, viandanti.

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