La Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà.
È l’inizio del breve discorso del più credibile dei sognatori, un White Bloc che, invece di spaccare tutto come i bambini arrabbiati che fanno i capricci per farsi ascoltare, ha ricordato agli euforici organizzatori dell’Expo che oltre i bei temi ci sono i volti delle persone che aspettano cibo, più che ragionamenti.
E ha ricordato che cibo, sul pianeta, ce n’è per tutti: basta imparare e dividerlo equamente.
Grande Papa Francesco che stimola e pungola le istituzioni mondiali e tempera il trionfalismo con la speranza di atti concreti che superino le auto-celebrazioni!
Con il cuore grato al Signore, insieme a Francesco, oggi celebriamo la solennità dell’Ascensione. Una festa particolare, densa, piena di sfumature e di interrogativi.
Una giornata che suscita molti sentimenti contrastanti.

La nostalgia
La nostalgia, anzitutto.
Si coglie nella delusione degli apostoli che vedono il Signore risorto salire presso il Padre. Fino all’ultimo avevano sperato che finisse diversamente. Ora che Gesù era risorto, dopo il grande spavento della crocifissione, un po’ si illudevano che Gesù trasfigurato sarebbe rimasto sulla terra, per condurli, per aiutarli. D’altronde, siamo onesti, non è ciò che sarebbe piaciuto anche a noi? Pensate che bello: al posto del Papa, simpatico, per carità, Gesù in persona che ci conduce verso il Padre!
No, non è così.
Non possiamo restare ancorati alla nostalgia, non possiamo illuderci in un Dio che fa ciò che noi per primi siamo chiamati a fare. Al nostro posto. Troppe volte, anche nella Chiesa, anche fra i preti, prevale la nostalgia di un tempo che fu e che, invece, ora non c’è più.
L’Ascensione ci obbliga al futuro.

La speranza
Ma è anche la festa della speranza, del guardare altrove, dell’avere una chiave di lettura sulle cose e sul mondo che vada oltre l’evidenza che ci spegne. Siamo troppo appiattiti sulle cose da fare, la quotidianità ci uccide. Ci è necessario uno sguardo più alto, più profondo, più vero.
Uno sguardo ultimo.
In questo tempo di mezzo, in attesa della pienezza e del ritorno di Cristo nella gloria alla Chiesa, a questa fragile Chiesa è affidata la Parola da annunciare, il Regno da rendere presente, almeno in embrione.
Per riconoscere Cristo che, proprio perché asceso al Padre, è presente ovunque.
Come scrive Lutero: “È presente in ogni luogo, anche nella più piccola foglia, attorno all’interno delle sue nervature, sopra e sotto, dietro e davanti”.
Di più: dall’Ascensione, in Dio, abita il corpo trasfigurato del risorto.
In Dio esiste una presenza umana. Ora Dio sa. Conosce.
Viviamo questa festa provando a rileggere la nostra vita attraverso la categoria dell’altrove.
Alziamo lo sguardo per riconoscere la presenza di Cristo nella nostra vita e il grande progetto che soggiace alla sua incarnazione, morte e resurrezione.

Segni
Gesù risorto è riconosciuto nell’opera dei suoi discepoli attraverso dei segni. Segni concreti, certo, ma anche e soprattutto segni da leggere in chiave spirituale.
Nel mio nome scacceranno demòni, dice il Signore, il diavolo è colui che divide, che crea schizofrenia, che ci separa da Dio e dagli altri, dal nostro vero “io”. Il Vangelo riporta unità nell’uomo, propone un modello di umanità che risolve le proprie contraddizioni e diventa modello della novità del credente. Quante volte ho visto persone divise in loro stesse ritrovare pace in Cristo!

Parleranno lingue nuove, non il linguaggio della violenza, del profitto a tutti i costi, dello scoraggiamento. Lingue nuove che mettono d’accordo i popoli, che attraversano e superano le ideologie e i confini culturali. Quante volte ho visto le parole nuove del Vangelo convertire le situazioni di degrado e sofferenza!

Prenderanno in mano serpenti, non abbiamo paura degli altri, non vediamo nemici ovunque, sappiamo che dentro ogni persona abita la scintilla di Dio. Il cristiano non vede nemici accanto a sé ma dentro di sé e questi combatte, dialogando con quelli. Quante volte ho visto uomini di pace dimorare in mezzo alla violenza più feroce portando una voce di speranza!

Se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, chi crede può stare in mezzo all’ambiente avvelenato del nostro mondo conservando un cuore integro, orientato a Cristo. La vita della comunità, la preghiera quotidiana, un pensiero sano, ci aiutano a vivere senza perdere la fede, senza acquistare una mentalità mondana negativa. Quante volte ho visto cristiani dimorare nei luoghi abbandonati dai grandi del mondo, nelle discariche della storia!

Imporranno le mani ai malati e questi guariranno, lo Spirito, primo dono ai credenti, guarisce ogni nostra malattia interiore, ci rende liberi, ci salva. Quante persone ho visto recuperare la vita che pensavano di avere perso dopo avere incontrato e accolto il vangelo!

La Parola
Ci è donata la Parola che lo Spirito fa vibrare in noi, facendo crescere la presenza di Cristo.
Come cita il grande don Pozzoli, un personaggio di Claudel dice alla donna amata: “A mano a mano che tu parli, io esisto”.
A mano a mano che Cristo ci parla, nasciamo alla fede.

Perciò, ora, necessitiamo del dono dello Spirito: per vedere nella Parola questa rinascita.

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