Una parabola che ci svela come il Vangelo abbia talmente inciso il pensiero occidentale da modificarne il linguaggio. Quando una persona è capace, ha delle risorse, diciamo che ha `talento`, senza sapere che il talento è la famosa moneta affidata ai servi della parabola. Abbiamo dei talenti, dunque, e questa è una bellissima notizia: chi più, chi meno, ad ognuno è affidato un capitale da far fruttare, una risorsa da mettere a disposizione. Tutti, senza eccezioni, anche quelle persone che non riescono ad accorgersene e che – peggio – passano il tempo ad invidiare i talenti degli altri nascondendo il proprio sottoterra. E’ difficile accorgersi dei propri talenti: con i giovani propongo sempre una veglia di preghiera: ognuno ha un foglio bianco. Su di una facciata chiedo loro di scrivere le cose da eliminare dal loro carattere i loro difetti… musica di sottofondo, tutti si impegnano a scrivere… poi chiedo loro di scrivere sul retro del foglio i loro pregi, i loro talenti… dovreste vedere gli sguardi smarriti! Tutti indugiano, scuotono la testa e, quando proprio va bene, tirano fuori un piccolo aspetto positivo. No, amici, il Signore ci chiede di prendere coscienza delle nostre qualità, per metterle a servizio degli altri. Esiste una malsana interpretazione dell’umiltà che vedo molto diffusa tra i discepoli: quella di dire `non valgo a nulla`. Non è umiltà, è depressione! Immaginatevi la faccia di Dio che vuol fare di noi dei capolavori, che ci ha creato con misteriosa provvidenza e arte e che si sente dire `Faccio schifo`! Amici, mettete a frutto i vostri talenti, individuateli, anzitutto e poi donateli ai fratelli. Senza bisogno di essere premi Nobel della medicina, per carità! Magari riconosco come un dono la capacità di pazientare, o di ascoltare, o di perdonare, il mio buonumore, la mia sincerità, la mia capacità di accorgermi degli altri, e, con semplicità, ne faccio dono agli altri. Buona settimana intenti a far fruttare i nostri talenti, amici!

In Valle d’Aosta e Piemonte: Solennità della Chiesa locale
Letture varie, a scelta: Gv 15,1-17/ Gv 17,11b – 23
Buon Compleanno, Parrocchia!


Buon compleanno, Parrocchia! Un titolo insolito, lo ammetto, ma che esprime bene il significato se non teologico, almeno di festa per le nostre comunità in questa domenica. Oggi é la festa della Chiesa locale. Cioé? Direte voi. Cioé ricordiamo il momento benedetto in cui nel mio quartiere, nella mia città, nel mio villaggio, nella nostra amata Valle, qualcuno, chissà chi, chissà come, chissà perché, parlò per la prima volta di Gesù a qualcun’altro e, assieme, fondarono la prima comunità cristiana. Un giorno benedetto, un giorno di nascita della speranza e delle comunità, un giorno di compleanno, quindi. Ed é straordinario anche il fatto che di molte realtà non sappiamo in quale preciso momento storico ciò sia avvenuto ma, per comodità, oggi tutte le nostre comunità cristiane festeggiano solennemente quel giorno e benedicono Gesù di avere permesso che il suo Vangelo percorresse migliaia di chilometri e migliaia di cuori per arrivare fino a noi. E’ un tuffo nel passato, se volete. Non come uno sterile tradizionalismo che rinvanga, o, purtroppo, disotterra usi e consuetudini dei padri. No. Ma come una consegna vivente di una Parola che, attraverso le generazioni, suscita nuove adesioni, plasma nuovi cristiani, forgia schiere di testimoni. Per spiegare questo i primi apostoli non sapevano che parola usare. Non sapevano come dire che il Vangelo non é carta ma una comunità che lo vive. Allora coniarono una parola: consegnare, che in latino si dice "tradére", tradizione. La tradizione non é, allora, il museo polveroso dei riti, ma la culla vivace in cui la Parola cresce e diventa credibile, non il ristagno di gesti incomprensibili, ma volti di uomini e donne che con credibilità parlano del Signore. E così é stato, se per noi, oggi, questo Vangelo é luce. Certo: in modo molto diverso che non in passato, ma ogni epoca ha la sua sintonia per accogliere lo stesso Cristo, la stessa Parola. E’ oggi, allora, il giorno di pensare a chi, concretamente, mi ha parlato di Gesù n maniera nuova, inaspettata: un genitore, un amico, un prete. Chi per la prima volta ha avuto gli occhi che luccicavano e la voce incrinata quando mi raccontava di quell’uomo, Gesù. Benedetto, benedetto lui e quanti, prima di lui, hanno avuto il coraggio dell’annuncio, su, su fino ad arrivare a uno dei dodici che hanno raccontato ciò che le loro mani hanno toccato, ciò che i loro orecchi hanno udito, ossia il Verbo della vita. Ma tutto questo diventa, per noi oggi, testimonianza contro la nostra miseria, meditazione pensierosa e severa sul nostro essere cristiani. Tra duecento anni nelle nostre comunità ci sarà ancora qualcuno che potrà benedire Dio per noi? Oppure, temo, si studierà di Gesù sui libri di storia e non nei gesti dei cristiani? Che Dio non voglia che la nostra stanchezza, che la nostra ottusità irrigidisca lo Spirito al punto da renderlo impotente, che Dio non voglia che la nostra religiosità piena di esteriorità riveli un dio meschino e lontano, che Dio non voglia che i nostri schemi irrigidiscano una fede a rito. Preghiamo con fede, amici, affinché coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede, ancora raggiungano i nostri cuori e ci permettano di diventare testimoni di Cristo, fino al suo ritorno alla fine della Storia. Ma di questo ne parleremo la prossima volta …

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