Il Battista è scosso da quello che è successo.
Tutta la vita si è preparato per quel momento, eppure Dio è riuscito a spiazzarlo.
Ha faticato a riconoscerlo, mischiato fra la folla dei penitenti: mai si sarebbe aspettato di vederlo in mezzo ai peccatori. E invece.
È turbato Giovanni, e comincia a cogliere l’assoluto, l’inatteso, l’inaudito di Dio.
Lui, uomo divorato dallo Spirito, forgiato dall’ascesi, consacrato alla profezia, ha imparato una cosa nuova.
Di sé. E di Dio.
Lo vede passare accanto a sé e lo indica ai suoi due discepoli, Giovanni e Andrea: ecco, è lui l’agnello.
Ma per riconoscerlo non basta guardare, occorre fissare lo sguardo, fermarsi lungamente su Cristo.
E vedere in quel penitente senza colpa il solidale, il compromesso, il totalmente donato.
Come il capro dello Yom kippur, ucciso per le colpe del popolo. Come l’agnello donato in olocausto, l’unico animale che si lascia scannare senza un gemito.
Se abbiamo incontrato Cristo nella vita, non superficialmente, ma con forza e verità, se egli ha segnato la nostra vita, c’è sempre un qualche battista che ce lo ha indicato.
Sia benedetto.

Da guru a profeta
È sempre qualcuno che ci indica il Signore, è sempre qualcuno che ce ne ha parlato, ce lo ha indicato. Poi sta a noi seguire, scegliere, divenire discepoli. Ma la fede si comunica così: da bocca a orecchio, da vita a vita. Da cuore a cuore. Da passione a passione.
Se siete discepoli, amici, qualcuno vi ha parlato del Rabbì, qualcuno che già era discepolo.
Se qualcuno conoscerà il Rabbì, sarà attraverso la vostra esperienza, la vostra luce interiore.
Giovanni Battista non è un guru che si specchia nell’adorazione dei suoi seguaci: si stacca da loro con forza, vuole che essi, ora, crescano nella conoscenza autentica di Dio.
Il vero pastore conduce al Pastore. Il vero profeta è talmente libero da sé da legare al Cristo.
Il Battista rifiuta di essere al centro dell’attenzione, accetta volentieri di sparire per nascondersi dietro quella Parola cui egli ha imprestato la voce.

Samuele
Perché possiamo essere delle belle persone e frequentare il tempio o abitarci (i preti!), senza mai avere ascoltato e conosciuto il Signore.
Come Samuele che è, sì, nel tempio, ma per seguire il profeta Eli. Che, come il battista, ha l’intelligenza di capire che è tempo di incontrare Dio e di insegnare al piccolo Samuele di non lasciar cadere una sola delle sue parole per tutta la vita.
Samuele ci insegna che possiamo essere devoti e credenti senza mai avere incontrato Dio.
Perché credere è la dimensione di fiducia che ci permette di metterci in contatto con Dio per conoscerlo, non la conclusione di un percorso, ma il suo inizio.

Che volete?
Giovanni, Eli, Paolo, indicano il modo per raggiungere Dio.
E, così, fra i moltissimi lungo la storia, Giovanni e Giacomo seguono l’agnello.
Una volta raggiunto Gesù, questi si volta e, sorprendentemente, chiede ai due discepoli di Giovanni: “Che cercate?”. Potremmo a ragione tradurre “Che volete?”.
Cosa cerchiamo quando ci mettiamo alla ricerca di Gesù? Chi cerchiamo veramente?
È una domanda e che rivela il profondo rispetto che Gesù ha nei confronti della nostra umanità.
Può succedere, e lo vediamo, che la fede non sia ricerca, ma rifugio; che Dio non diventi Signore ma padrone; che la sua azione non sia grazia ma supplenza alle mie difficoltà … esiste, cioè, un modo di avvicinarsi alla fede che non ci fa crescere come uomini, ma che ci fa fuggire i problemi.
Il Signore mette a fuoco il senso della ricerca dei due discepoli, li invita a non lasciarsi andare al facile entusiasmo, ma a riflettere sulla propria sequela.
Anche per noi la ricerca della fede può essere un momento passeggero, euforico, legato ad un momento particolarmente carico di emotività.
Il Signore ci scrolla: vuole accanto a sé degli uomini consapevoli delle loro scelte.
La risposta dei discepoli rivela tutta l’insicurezza della loro scelta: “Maestro, dove abiti?”.
Non cogliete una richiesta di certezze in questa domanda? Un dire: “Prima di seguirti, facci vedere dove ci conduci”?
Quanto bisogno di certezze abbiamo prima di poterci fidare! Quanti “se” e “ma” mettiamo prima di dire il nostro “sì” definitivo al Signore.!
E lui che, allora come oggi, ci risponde: “Venite a vedere”.
Non  chiedere, fidati, muoviti, fa’ diventare questa ricerca un’esperienza, investi.

Andare a vedere
La fede non è “fare”, “sapere” ma “conoscere”.
Noi per primi siamo chiamati ad andare a vedere, noi per primi siamo chiamati a fare l’esperienza della sequela.
Ed essi andarono, videro e restarono con lui. Dopo essersi fidati restano, accettano, si lasciano coinvolgere.
L’annotazione finale di Giovanni è simpaticissima: “erano circa le quattro del pomeriggio”.
Quel giorno, quell’istante, è così importante per lui che segna l’inizio di una vita nuova.

Sono passati forse sessant’anni da quell’evento e il discepolo ricorda l’ora precisa, tutto è cambiato, ormai, per Giovanni e Andrea: quel giorno è stato come l’inizio di una nuova Creazione.
Per chi incontra il Signore i giorni non sono più uguali, ma diventano gravidi di una luce nuova.
Ciò che ci attende nell’ordinarietà del nostro tempo è l’incontro con il Signore, l’esperienza della sequela.
Se sapremo ogni giorno spalancare gli occhi e riconoscere l’Agnello che passa, potremo cambiare la nostra esperienza di vita, senza lasciar cadere neppure una delle parole che il Signore ci vorrà ancora donare.

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