«E se ci fossimo sbagliati noi, donpi? Se davvero Dio avesse il volto severo che mi hanno insegnato da giovane? E se davvero la Chiesa fosse solo una grande e macilenta organizzazione reazionaria e retrograda arroccata sulle proprie posizioni che non accetta cambiamenti? E se il primato dell’essere e del divenire sull’agire e sulla morale fosse una scappatoia lassista?»
Va giù pesante, Laura. Mi ha telefonato invitandomi a cena, dicendomi che, però, doveva prima parlarmi da sola, senza suo marito.
Li conosco da anni, sono stati miei parrocchiani, hanno fatto un bel percorso di fede, hanno investito tempo e idee nella pastorale. Non è, il suo, lo sfogo dell’adolescente delusa, ma la riflessione pacata e sofferta della donna adulta.
Sorrido, cercando di dirle le parole giuste.
Tutto è nato dall’incontro fortuito con un sacerdote che lavora a Roma, e che lei ha conosciuto qualche anno fa, incontro avvenuto di ritorno da una gita scolastica a Parigi, in treno. Hanno toccato vari argomenti, tra cui alcune situazioni delicate di cui entrambi sono a conoscenza. È rimasta turbata, Laura, perché ha trovato solo giudizi impietosi, analisi feroci, assenza di misericordia, curiosità prurigginosa. Turbata e scossa nel profondo, stupita per l’apparente cambiamento di una persona che aveva conosciuta e stimata, il colloquio ha avuto un effetto domino. Il suo ragionamento non fa una grinza: quando tutti ti dicono il contrario di ciò che pensavi, forse sei tu ad esserti sbagliata… Osservazione tutt’altro che ingenua, anzi.

Lassismo
Peggio: in settimana ricevo una mail da una lettrice cinquantenne che lamenta oratori chiusi e preti in crisi, conclude che non ci sono più certezze e che noi preti rischiamo di omologarci alla mentalità di questo mondo. Vero, le rispondo, ma forse la ragione profonda è che la Chiesa deve ripensarsi dal di dentro, ripartendo dall’essenziale, preti e laici insieme, con onestà.
Urge invocare lo Spirito.

Il misericordioso
La Parola di oggi sembra dare un incoraggiamento a Laura e un’indicazione a tutti noi.
Mosè è sfinito: dopo mille vicissitudini ha abbandonato la sua patria e la sua condizione di principe per fuggire nel deserto, deluso da sé e dal popolo cui scopre di appartenere. Agli ebrei non piace avere un condottiero che dall’alto della sua fortuna liberi il popolo. Masticato dalla delusione, Mosè è chiamato da Dio a liberare (e daje!) il suo popolo. Nel deserto, combattuto dalla contingenza e dalla testardaggine mugugnante del suo popolo, Mosè è tentato molte volte di abbandonare l’impresa. Davanti all’ennesima delusione sale a parlamentare con Dio. E Dio appare e si svela, si racconta, si presenta.
«Il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es. 34, 6), ecco chi è il Dio di Israele.
Dio è colui che usa misericordia, che guarda alla nostra miseria col cuore, che ha pietas, cioè tenerezza e comprensione gratuita, verso di noi, che ha un mare di pazienza ed è tenace nell’amore. il Dio di cui Mosè e il popolo fanno esperienza è il Dio che si accorge del dolore, che interviene, attraverso Mosè, che si racconta. Egli è il misericordioso.

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Paolo, scrivendo a Corinto, ammonisce la comunità: per fare esperienza del Dio di Gesù, per essere riempiti del suo amore e della sua pace, per fare esperienza di misericordia occorre usare misericordia, vivere incoraggiandosi e dando il meglio di sé, dimorare nella gioia dello Spirito.
Ancora una volta la Parola ci scuote: siamo chiamati a fare esperienza di Dio per trasmetterla con la nostra presenza. Possiamo fare esperienza di Dio solo se disarmiamo il nostro cuore dagli atteggiamenti di violenza e di prevaricazione, fossero anche legati a legittimi sentimenti religiosi.

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Gesù è venuto per dire definitivamente chi è Dio, per dirci la verità su di lui e su di noi, per manifestare la verità delle cose che riguardano Dio. E oggi, nella splendida pagina del dialogo con Nicodemo, Gesù dice una cosa straordinaria: il Padre desidera che ci salviamo, ha mandato il suo Figlio per questo scopo, Dio non desidera la nostra condanna, non è un preside severo che ci aspetta al varco, mai! Gesù morirà in croce per svelare questo volto splendido di Dio!
La festa di oggi medita il mistero del Dio di Gesù, un Dio che è comunione profonda, Trinità.
Dio non è il solitario perfetto, l’incommensurabile, l’onnipotente – certo – ma solitario Motore Immobile (il sommo egoista bastante a se stesso?).
Dio è festa, famiglia, comunione, danza, relazione, dono. Dio è tre persone che si amano talmente, che se la intendono così bene che noi – da fuori – ne vediamo solo uno. Abbiamo una così triste opinione di Dio! La Scrittura ci annuncia che Dio è una festa ben riuscita, una comunione perfetta.
Che bello vedere realizzato in Dio ciò che noi da sempre desideriamo: tre persone che non si confondono, che non si annullano in un’indefinita energia cosmica, ma che, nella loro specificità, operano con intesa assoluta.

A immagine
A questa comunione siamo invitati come singoli e come comunità cristiana. È alla Trinità che dobbiamo guardare nel progetto di costruzione delle nostre comunità: la Chiesa (quella sognata da Dio, intendo, non lo sgorbio presente nelle nostre menti, fatta di rigidezze e sovrastrutture) è lo spazio pubblicitario della Trinità nel mondo d’oggi. Guardando alla Chiesa l’uomo si accorge di essere capace di comunione. Uniti nella diversità, nel rispetto l’uno dell’altro, nell’amore semplice, concreto, benevolo, facciamo diventare il nostro essere Chiesa splendore di questo inatteso Dio comunione. Dio è Trinità perché impariamo ad amare perché mai, soprattutto nella Chiesa, venga a mancare la misericordia e la tenerezza, perché sempre il nostro linguaggio sia riempito di tenerezza e di bene, perché il nostro giudizio sul mondo sia come quello di Cristo, folle d’amore e di desiderio di salvezza.

Ti basta, Laura?

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