Pietro e gli altri sono stati chiamati ad imitare il Signore Gesù nell’amore, un amore che egli è disposto a donare fino a morirne. E’ l’amore che rivoluziona il mondo, sono i santi che cambiano la storia e rendono possibili cieli nuovi e terra nuova. Questo amore che si fa concretezza cambia i rapporti all’interno delle comunità e rende possibile il perdono, perdono donato perché ricevuto, perdono profetico, a imitazione del Rabbì.
Ma, ahimè, esiste un modo di essere discepoli meno poetico, meno idealizzato, una forma di religiosità piccina, stretta, basata sul dovere e sul diritto acquisito dai presunti `meriti` posseduti.
In un’epoca come la nostra in cui il cristianesimo è diffuso capillarmente nella sua componente sociale e culturale, capita spesso di vedere ridotto il discepolato a tiepida appartenenza culturale: vado a messa d’ogni tanto, cerco di non combinare troppe porcherie nella vita, firmo l’8×1000 alla chiesa cattolica, che volete di più?
Gesù vola in alto, ci rende capaci di ben altre imprese, ci cambia la vita. Ma, per farlo, occorre ammettere con autenticità le nostre ristrettezze cardiache, le nostre limitate capacità di pensare e agire come Dio.

Lo sprecone
Il nostro Dio è un Dio sprecone, che soffre nel vedere i lavoratori disoccupati alle cinque di sera, che accetta di prenderli anche quando sono ormai inutili nel lavoro, pur di dar loro dignità, pur di offrire loro l’occasione di avere uno straccio di stipendio e mantenere la famiglia.
Dio si occupa di noi, amici, soffre nel vederci spaesati, sperduti come pecore senza pastore. Dio ci ama, sul serio, ci rispetta nel chiamarci a lavorare nella sua vigna.
Tutto bene, dunque, fino a quando (ettepareva) si tocca la portafoglio. Avete notato l’accordo con gli operai della prima ora: un denaro sarà la loro ricompensa. Arriva il momento della paga, il padrone comincia a pagare partendo dagli ultimi e da loro un denaro. Quindi, pensano i primi, a noi darà di più; giunto il loro turno, ricevono anch’essi un denaro. Malumore, ovvio. Hanno ragione, in fondo, non è giusto quest’atteggiamento, occorre protestare, chiedere almeno due o tre denari.
Ci aspetteremmo, quindi, che dicano al padrone: `Dacci di più!`, come hanno pensato.
Non hanno questo coraggio e, tragicamente, chiedono che agli ultimi sia dato di meno.

Bastardi dentro
Meno di un denaro, questo chiedono gli operai della prima ora.
Giusto, vero? Il discorso non fa una grinza.
Salvo il fatto che un denaro era il guadagno minimo giornaliero per poter dar da mangiare ad una famiglia ai tempi di Gesù…
Invece di esercitare un legittimo diritto (dacci di più, abbiamo lavorato tutto il giorno!) sono deboli con il forte (il padrone) e se la prendono con i deboli: chiedono di dar loro di meno. Meno di ciò che è indispensabile per vivere.

La rabbia di Dio
Il padrone si urta, e fa bene.
Lui è buono, non sciocco. E’ buono e quindi giusto e svela la malvagità nascosta dei primi operai.
Prima della giustizia c’è la misericordia, sopra il diritto e il contratto c’è l’attenzione alla sopravvivenza. Il padrone non ha peli sulla lingua: voi vi nascondete dietro la giustizia per mascherare la vostra malvagità.
Insisto spesso sulla gratuità di Dio. Gratuità assoluta, sconcertante, che ne svela la bontà. Eppure il Vangelo, a leggerlo bene, è tutto un intreccio di incomprensioni rispetto a questa bontà.
Così il prologo di Giovanni che ci ricorda che le tenebre non hanno accolto la luce (Gv 1,11) o la splendida parabola del figliol prodigo (Lc 15) in cui i due fratelli, chi in un modo chi nell’altro, non hanno ancora capito il volto del padre, uno scambiandolo per un ostacolo alla sua sfrenata libertà, l’altro nella ristrettezza di un dovere sopportato a malincuore.
Così oggi, nell’inquietante parabola dei servi dell’ultima ora, il Signore ci allerta contro il rischio di una manipolazione del suo Vangelo.
Che visione ho di Dio? Davvero ho scoperto la sua bontà? Questa bontà mi ha contagiato, sì da riversarsi sui fratelli? Che paga ci aspettiamo alla fine della giornata lavorativa? Che visione abbiamo del premio che il Signore ci riserva?
Il rischio è, passatemi l’esempio, di un accordo sindacale. Lo sento dire spesso d’altronde: compio più o meno i miei ‘doveri’ religiosi, non faccio del male, quindi alla fine ci sarà il denaro di ricompensa. In un certo senso mi `merito` il paradiso. Ma non è ambiguo questo termine? Davvero possiamo `meritare` la presenza di Dio? O non è più giusto dire che il Signore gratuitamente riempie il nostro cuore e che a noi, semmai, sta di preparare il cuore a riceverlo?

Convertirsi alla bontà
Gli operai della prima ora, come i figli del Padre prodigo, non hanno colto con chi hanno a che fare. Hanno ridotto la loro fede a fatica e sudore. Di più: guardano con sospetto gli altri, quasi concorrenti dei loro privilegi.
Non è così per chi ha colto la luce del Vangelo. Stupiti, abbagliati dalla bontà del padrone, gioiamo per la grazia di poter lavorare nella vigna, gioiamo per la possibilità che altri fratelli anche all’ultimo possano accogliere la grazia che ci ha trasformati.
La bontà di Dio contagi la nostra vita, in modo da rendere la nostra giornata lavorativa, sin d’ora, immagine di quella gioia che il Signore riverserà nei nostri cuori forgiati dalla fatica dell’amore. Il nostro Dio, mite e umile di cuore, che vivrà questa pagina dall’albero della croce accogliendo il buon ladrone, ci faccia uscire dalle ristrettezze di una fede `sindacale` per percepire, almeno un poco, quale braciere d’amore e di bontà è il suo cuore; impariamo dal Signore, che è mite e umile di cuore …

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