È il cuore di un’estate sottotono, con i giorni di ferie contati e la metà degli italiani che non se l’è sentita di spendere dei soldi per andare a riposarsi. Spenta la fiamma olimpica, già vediamo all’orizzonte la ripresa delle scuole e, con essa, la ripresa delle attività nelle nostre parrocchie.
Ma ancora dedichiamo del tempo al discorso che Gesù fa dopo la divisione dei pani e dei pesci che da settimane ci accompagna e ci stupisce.
Il peggiore dei miracoli di Gesù, l’inizio della sua fine, ha creato un vero uragano: la folla lo cerca per farlo re, chi non vorrebbe un governo che regala cibo gratis!, mentre Gesù invitava i discepoli ad imitare il gesto dell’adolescente che offre la sua merenda per sfamare l’umanità.
Il discepolo è invitato a mettersi in gioco, a dare quel poco che ha. Il resto lo farà Dio.

La presenza
Oggi, a sorpresa, Gesù parla di un pane di cui cibarsi, un pane che è la sua presenza.
Ci immaginiamo lo sguardo attonito dell’immensa folla di (ex) fans di Gesù che, ben sazi dopo il miracolo dei pani e dei pesci, si vedono ora chiamati a cibarsi della carne e del sangue di Gesù.
La carne, in Israele, si intende la pienezza della persona, compresa la fragilità. Non si tratta più solo di cibarsi della Parola, della dottrina del Maestro, ma di assumerlo nella sua totalità.
Il sangue indica il principio vitale degli esseri, ciò che li tiene in vita (infatti gli ebrei ancora oggi mangiano solo carne di animali morti per dissanguamento). Gesù chiede di assumere la sua essenza, il rapporto col Padre. Mangiare di lui significa diventare come lui, “cristificarsi”, assumere la prospettiva del Maestro.
A noi, oggi, tutto appare fin troppo chiaro: Gesù parte dal pane distribuito per parlare di un altro pane che lui darà e che è sua carne da mangiare per dimorare in lui. Come non pensare all’ultima cena? Come non sentire riecheggiare in queste parole il fate questo in memoria di me pronunciato dal Maestro prima di essere ucciso?

Eucarestie
Oggi Gesù parla di ciò che ogni domenica, stancamente, facciamo nelle nostre accaldate comunità. Ci credete, amici? Credete che, grazie alla preghiera della comunità, al dono dello Spirito e all’imposizione delle mani di un prete (spesso inconsapevole del potere che ha), Gesù si rende cibo?
Gesù parla di questo dono semplice e tremendo, gioioso e durissimo, che ci obbliga alla fede, che ci scardina dalle abitudini. Ogni domenica ci raduniamo per ripetere la cena, un gesto di caldo affetto e di obbedienza al Maestro, ogni domenica ci nutriamo del pane della Parola e del pane Eucaristico, custodiamo questo pane nelle nostre Chiese per i nostri malati, per segnalare una Presenza nel caos anonimo delle nostre città.
Siamo qui per questo, per questo ci raduniamo, perché affamati, perché abbiamo urgente bisogno di saziare il cuore, di illuminare il cammino, di credere, finalmente, senza ambiguità, senza ritrosia. Credere con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Gesù svela un mistero: non solo cibarsi di lui ci nutre il cuore, non solo ci dona la vita vera, la vita eterna, ma cibarsene con consapevolezza ci porta a vivere per lui.
Lo vedo nella mia vita: più frequento il Vangelo e il Maestro Gesù e più ne resto affascinato, più ne sono innamorato, più imparo a conoscere me e gli altri.
Perciò san Paolo può dire che l’incontro col Maestro ti cambia la vita, ti cambia dentro. Che non fai più le cose di prima, per scelta, con gioia, non per un ipotetico moralismo che ti blocca e ti castra, ma per una conversione profonda che inizia con l’incontro con Cristo e che dura per tutta la vita. Così il libro dei Proverbi ci invita al banchetto di Dio, a mangiare insieme acquistando saggezza, acquistando intelligenza, l’intelligenza che ci permette di leggere la nostra vita con lo sguardo di Dio.
Fine del discorso, fine della provocazione.

Noi
Ora passiamo ai fatti e scaviamoci dentro.
Amico che leggi: cos’è l’eucarestia nella tua vita?
Hai ragione, le nostre messe sono stanche, non entusiasmanti, sono troppo rituali ed esteriori, non ci si conosce, le viviamo con un senso di abitudine e di noia.
È vero (e con quanto dolore dico queste parole!) che manca stupore a me e alla mia comunità nelle celebrazioni. Perché non cominciare noi? Perché non fare di quella cena il cuore della settimana, lo stimolo per la vita?
Fratello che leggi e che celebri l’eucarestia, perché non osare di più? Senza eccessi, senza formalismi o improvvisazioni, perché non riappropriarci dell’eucarestia, usare linguaggi nuovi, amare questo gesto, prepararlo, con gioia, con serenità?
Ascoltatevi, fratelli preti, mentre predicate: quanta rabbia nelle nostre parole, quanta frustrazione, quanta teologia incomprensibile! Con umiltà ascoltiamo la nostra gente, capiamo cosa vive oggi un fedele, interroghiamoci come discepoli, poiché uno solo è il Maestro, diamo – finalmente – buone notizie!
Facciamo diventare le nostre eucarestie un capolavoro di autenticità e di fede, di bellezza e lode, perché nessuno possa fare a meno di parteciparvi!

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