Inizia oggi il "tempo ordinario": chiuso il tempo di Natale, in cui – nuovamente – siamo stati invitati a riconoscere la presenza viva del Signore in mezzo a noi, ritorniamo alla quotidianità con il sostegno di Levi il pubblicano, di cui leggeremo lungo l’anno lo splendido vangelo. Ma oggi Matteo cede il passo allo strepitoso Giovanni evangelista, il mistico, il discepolo, come anche noi potremmo diventare. La pagina del Vangelo di oggi è la chiosa finale all’episodio del Battesimo di Gesù. Giovanni ne sa forse più degli altri: dalla sua testimonianza sappiamo che egli era, insieme ad Andrea, discepolo del Battista prima di incontrare l’agnello di Dio. In questa pagina abbiamo una specie di programma dell’anno duemiladue, un invito ad accogliere la testimonianza della comunità che ci ha preceduto.
Giovanni Battista vede Gesù "venire verso di lui" (1,29): è Dio che prende l’iniziativa, è lui che viene incontro, è lui che muove i primi passi, sempre. Eppure il Battista stenta a ri-conoscerlo. Sono parenti, lui e Gesù, e quindi Giovanni lo conosce, ma lo vede con occhi diversi, consueti, abituali, il segno del Battesimo lo forza a capire, lo obbliga a riconoscere il figlio bene-amato, nel quale il padre si compiace; anzi: questo riconoscimento permane, come abbiamo visto nella terza di Avvento, quando il Battista in carcere è invitato a non scoraggiarsi, a non aspettare un altro Messia. Vi vedo già scrollare la testa, amici: "sì, sì, sappiamo già tutto, vai avanti, per favore". No, no, è qui la radice del problema, di ogni problema: la dimenticanza, l’abitudine, la compagnia di Cristo che diventa sbadiglio e vaga rassicurazione. Non pensate allo scorso anno, a due anni fa, non pensate ad un momento passato: oggi Cristo ti viene incontro, con discrezione (al solito), con semplicità e verità. Abitudinari della fede, discepoli della prima ora, siate desti, per favore, siate attenti, Dio vi scampi dal rischio del professionismo nella fede. Ed allora sentite la testimonianza della comunità di Giovanni, la sua forza interiore, ciò che il Battista e il suo discepolo Giovanni e – dietro a loro – l’esperienza della prima comunità cristiana.
Tre titoli vengono attribuiti a Gesù, tre sintesi di un cammino semplice e strepitoso fatto da chi scrive. Gesù è l’agnello di Dio che porta il peso del peccato (1,29), colui su cui rimane lo Spirito e battezza in Spirito (1,33), il Figlio stesso di Dio (1,34). E’ un programma, quello enunciato, la scoperta strepitosa che viene data ai discepoli, a noi. Gesù è l’agnello che porta il peccato, come quello usato nello Yom Kippur, giorno di purificazione del popolo che scarica le sue colpe sul capro immolato in sacrificio per tutti, immagine prefigurata in Isaia del mite agnello condotto al macello. Rispetto alla tragedia dell’umanità, all’inquietante dilemma del male e della violenza, Dio si schiera, si esprime, si coinvolge: egli è colui che si lascia uccidere, che assume su di sé sofferenza e tenebra, che la redime, portandola. Amico che soffri, amico travolto dalla tenebra, la tua tenebra è portata, accolta, salvata. Egli e colui che dona lo Spirito in abbondanza, lo Spirito: dono del Risorto, colui che permette al discepolo di accorgersi di Dio, che lo mette in sintonia. Fede che non è sforzo ma scoperta, non conquista ma abbandono, lasciando che lo Spirito che dà vita ad ogni cosa ci apra – finalmente! – lo sguardo dentro. Egli è, infine, il "figlio di Dio"; non un grande uomo, non un profeta, non un uomo di tenerezza e compassione, ma la presenza stessa di Dio. Non c’è mediazione su questo, non sofismi e ragionamenti: la comunità primitiva crede che Gesù di Nazareth, potente in parole ed opere, non sia solo ispirato da Dio, ma parli con le parole stesse di Dio poiché in lui abita la presenza stessa del Verbo di Dio. Dio è accessibile, amici, visibile, chiaro, manifesto, incontrabile, si racconta, si spiega, si dice, si rivela. Lo accoglieremo? O continueremo ad accarezzare e celebrare un dio più approssimativo e simile alle nostre segrete immagini di lui?
Questo è ciò in cui crede la comunità di Giovanni. Così come Isaia sogna la comunità di Israele non più chiusa in se stessa intenta a proteggersi, ma aperta all’annuncio del vero volto di Dio alle nazioni straniere, così come Paolo augura ai cristiani di Corinto, città delirante e violenta, di essere santi perché santificati da Cristo, anche noi siamo chiamati a dare testimonianza al Figlio di Dio. Non più stanche comunità che stentano ad assolvere ai compiti istituzionali, ma gruppi di cristiani riempiti dalla luce, testimoni credibili come il Battista e il suo discepolo Giovanni.

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